12 Novembre 2014, undicesimo anniversario della strage di Nassiriya

Il Colonnello Antonio Di Iulio, oggi Generale di corpo d'Armata, ricorda quel tragico giorno

Il Generale dei Carabinieri

Il Generale dei Carabinieri Antonio Di Iulio a Peschiera Borromeo nel 2011

Riproponiamo una toccante intervista dell’allora Colonnello dei Carabinieri, Antonio di Iulio, rilasciata a Peschiera Borromeo durante le commemorazioni in ricordo di quel giorno terribile.
| Articolo di Massimo Pettenati apparso nel mese di dicembre 2011, sul n. 2 del periodico locale “Noi di Peschiera”. |

“ Sono passati otto anni dal tragico attentato a Nassiriya( n.d.r. Oggi 11 anni) . Il 12 novembre 2003 sono state assassinate 28 persone, 19 italiani e 9 iracheni. Alle 10.40, ora locale, un camion cisterna carico di tritolo è scoppiato davanti alla caserma italiana dei Carabinieri. Molti di loro erano Carabinieri. Peschiera Borromeo il 12 novembre ha voluto commemorare i caduti. La Fanfara del III° battaglione Carabinieri "Lombardia" nata nel 1946, diretta dal maresciallo Andrea Bagnolo, ha reso toccante il ricordo delle vittime con le sue soavi note. Ospite d’onore della serata il colonnello Antonio di Iulio comandante (n.d.r. Oggi Generale)  del 7° reggimento Carabinieri a Nassiriya, durante quelle tragiche ore; lo abbiamo incontrato e ci ha rilasciato questa intervista esclusiva per i lettori di “Noi di Peschiera Borromeo”.

Sono già passati 8 anni, cosa le è rimasto di quella terribile esperienza?
Una giornata che mi ha lasciato tanta rabbia. Mi ha segnato profondamente, ha segnato, ritengo, tutti gli italiani. Noi siamo consci, siamo consapevoli dei rischi a cui andiamo incontro. Soprattutto in quelle che tecnicamente si chiamano “le missioni fuori area”. Sono quelle più ad alto rischio e i Carabinieri della 2° brigata mobile e i carabinieri del Gis del Toscani del 7° e del 13° sanno bene quali sono i pericoli a cui vanno incontro tutti i giorni. Ma quello fu un attacco vigliacco. Un nemico che si è presentato in maniera subdola. Mi lascia un forte senso di frustrazione, un amaro in bocca incredibile. Da quel tragico evento, abbiamo dovuto aumentare la nostra attenzione in quelle missioni. Ora siamo ancora più guardinghi, più attenti a migliorare le difese... quelli sono momenti in cui si acquisisce il know how necessario per  difendersi in modo più efficace. Superstiti ce ne sono stati, anche alcuni dei miei Carabinieri sono stati feriti nell’attentato. Grazie a Dio, è a loro che dobbiamo la ricostruzione dell’accaduto.

Quei militari dilaniati dall’esplosione al primo posto di guardia, dei quali non si è riuscito a ricomporre le salme, hanno tentato il tutto per tutto per fermare gli assalitori. Come è andata realmente?
Si, sono stati eccezionali i ragazzi al corpo di guardia. Erano 3 Carabinieri con la C maiuscola che quando si sono resi conto di quello che stava accadendo, hanno dato il massimo di loro stessi nell’affrontare quei vigliacchi assassini; mentre la camionetta gli veniva addosso con la loro azione di fuoco, sono riusciti a fermarla prima che arrivasse sotto il palazzo, sotto il quale non ci dimentichiamo che c’erano due cisterne nostre per la benzina che, se fossero esplose pure quelle, succedeva una tragedia dieci volte superiore.


La differenza sostanziale fra i militari italiani e i militari dei Paesi alleati è che gli italiani si fanno volere bene; dopo quello che è successo si riesce ancora a fare missioni di pace con quello spirito?
Si. Io le parlo della mia esperienza: una delle altre cose che abbiamo fatto noi è quella portare aiuto alla dottoressa Barbara Contini che era la governatrice della provincia di Dicarra dove c’è Nassiriya e noi del 7° reggimento abbiamo per circa un anno raccolto di tutto a partire da giocattoli, lavagne, banchi, dolciumi, prodotti farmaceutici. Addirittura i letti di due ospedali di Bolzano a cui avevo chiesto espressamente di tenermi da parte le cose che loro non utilizzavano più, poiché i miei ragazzi volevano ricostruire l’ospedale, soprattutto la parte riservata alle donne, completamente distrutta. In Iraq ho portato palloni, penne, matite, olio, di tutto e di più.

E a che cosa è servito? È servito per poter avere una merce di scambio, per poter iniziare un colloquio con quelle popolazioni. Racconto un aneddoto velocissimo... Il mio capomeccanico che era a Nassiriya, dove è fondamentale la presenza di meccanici, riparatori, perché i mezzi vanno incontro a un’usura maggiore a causa delle alte temperature, si accorse che in un villaggio era stata distrutta, dai miliziani, la pompa che aspirava l’acqua. Con i pezzi di una vecchia campagnola, ha aggiustato il motore e quindi noi a quel punto siamo diventati i personaggi di riferimento di quel posto perché avevamo ridato l’acqua Un’altra cosa che mi ha colpito: alcuni miei ragazzi mi hanno mandato via mail alcune foto di una manifestazione di ordine pubblico del luogo, e mi sono accorto che, davanti a tutte queste immagini, appariva un ragazzo con la maglia dell’Inter con lo sponsor Misura. Mi sono messo in contatto con un mio Tenente per capire se lì seguissero il calcio, lui mi ha risposto che lo seguono in modo incredibile il calcio italiano e ci chiedono notizie di Totti e di Del Piero soprattutto. Appena partì un contingente inviai palloni e magliette, che mi sono state regalate dalla Diadora. I ragazzi erano contenti delle attrezzature ma ci dissero che il loro campo di calcio era minato. Io allora mi sono mosso e ho dato un input in modo che sminassero due campi sportivi; così, i ragazzi hanno cominciato a giocare Italia contro Iraq. Ecco, questi sono i momenti in cui, come dice lei, gli italiani riescono a differenziarsi, perché gli italiani spesso e volentieri smettono l’uniforme per essere più vicino a che ha bisogno. Il segreto di noi italiani è che ci sappiamo adattare a tutto e soprattutto sappiamo trasmettere il nostro carattere, la nostra cultura, il nostro modo di vivere anche nelle terre più lontane; lo stanno facendo anche ora in Afghanistan.”

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