Che cos'è il TTIP e perchè viene criticato

Per alcuni il trattato commerciale di libero scambio tra Stati Uniti ed Unione Europea porterebbe enormi vantaggi economici, ma altri ne mettono in mostra i lati oscuri

Nei giornali e nelle televisioni è sempre più frequente imbattersi in una sigla: TTIP. È l’acronimo del nome inglese “Transatlantic Trade and Investment Partnership”, il trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti. È un accordo commerciale di libero scambio in corso di negoziazione tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America: inizialmente veniva chiamato TAFTA, da area transatlantica di libero scambio. Il trattato è ancora in fase di discussione, non solo tra le parti, ma anche nella politica e tra i gruppi che ne stanno seguendo i negoziati, per alcuni «prevede che le legislazioni di Stati Uniti ed Europa si pieghino alle regole del libero scambio stabilite da e per le grandi aziende europee e statunitensi», per altri faciliterebbe i rapporti commerciali tra Europa e Stati Uniti portando opportunità economiche, sviluppo, un aumento delle esportazioni e anche dell’occupazione. I negoziati in corso tra Europa e Stati Uniti sono segreti, accessibili solamente ai gruppi di tecnici che se ne occupano. La questione della segretezza è stata e continua a essere uno dei maggiori punti di opposizione al trattato, denunciato da molte e diverse organizzazioni sia negli Stati Uniti che nei paesi dell’Unione Europea. Nell’unico documento ufficiale diffuso dalla UE, il TTIP viene definito «un accordo commerciale e per gli investimenti». L’obiettivo dichiarato dell’accordo (piuttosto generico) è «aumentare gli scambi e gli investimenti tra l’UE e gli Stati Uniti realizzando il potenziale inutilizzato di un mercato veramente transatlantico, generando nuove opportunità economiche di creazione di posti di lavoro e di crescita mediante un maggiore accesso al mercato e una migliore compatibilità normativa e ponendo le basi per norme globali». L’accordo dovrebbe agire in tre principali direzioni: aprire una zona di libero scambio tra Europa e Stati Uniti, uniformare e semplificare le normative tra le due parti abbattendo le differenze non legate ai dazi (le cosiddette Non-Tariff Barriers, o NTB), migliorare le normative stesse. Il documento individua quindi tre principali aree di intervento: accesso al mercato, ostacoli non tariffari e questioni normative. L’accesso al mercato riguarda quattro settori: merci, servizi, investimenti e appalti pubblici. Nel negoziato è previsto anche l’inserimento dell’arbitrato internazionale Stato-imprese (il cosiddetto ISDS, Investor-to-State Dispute Settlement). Si tratta di un meccanismo che consente agli investitori di citare in giudizio i governi presso corti arbitrali internazionali. Per quanto riguarda gli ostacoli non tariffari, l’obiettivo è «rimuovere gli inutili ostacoli agli scambi e agli investimenti compresi gli ostacoli non tariffari esistenti, mediante meccanismi efficaci ed efficienti, raggiungendo un livello ambizioso di compatibilità normativa in materia di beni e servizi, anche mediante il riconoscimento reciproco, l’armonizzazione e il miglioramento della cooperazione tra autorità di regolamentazione». L’ultimo punto prevede invece un miglioramento della compatibilità normativa ponendo le basi per regole globali. È piuttosto generico, ma si dice che sono compresi i diritti di proprietà intellettuale. Si dice poi che vanno favoriti gli scambi «di merci rispettose dell’ambiente e a basse emissioni di carbonio», che vanno garantiti «controlli efficaci, misure antifrode», «disposizioni su antitrust, fusioni e aiuti di Stato». Inoltre l’accordo deve trattare anche le questioni dell’energia e delle materie prime connesse al commercio e le disposizioni sugli aspetti connessi al commercio che interessano le piccole e medie imprese.
Gli studi favorevoli al trattato hanno stimato che il PIL mondiale aumenterebbe (tra lo 0,5 e l’1 per cento pari a 119 miliardi di euro) e aumenterebbe anche quello dei singoli stati (si stimano 545 euro l’anno in più per ogni famiglia in Europa). Poiché ci sarebbe una maggiore concorrenza, si avrebbero anche benefici generali sull’innovazione e il miglioramento tecnologico. Si avrebbero infine dei benefici derivanti dalla semplificazione burocratica e dalle regolamentazioni: ridurrebbe sia i costi delle ispezioni che quelli delle attività economiche che operano nei due mercati facilitando alle imprese il compito di rispettare contemporaneamente le due normative.
Vari soggetti però si oppongono all’accordo: si va dall’organizzazione internazionale Attac a una rete di associazioni (compresa Slow Food) di vari paesi europei e statunitensi, fino a studiosi ed economisti. Il punto principale delle diverse analisi anti-TTIP è che l’armonizzazione delle norme sarebbe fatta al ribasso, a vantaggio non dei consumatori ma delle grandi aziende. Nello specifico, queste sono le critiche più diffuse: Si rischierebbe di minacciare i diritti fondamentali dei lavoratori, dato che gli Stati Uniti hanno ratificato solo due delle otto norme dell’ONU relative al lavoro; L’eliminazione delle barriere che frenano i flussi di merci renderà più facile per le imprese scegliere dove localizzare la produzione in funzione dei costi, in particolare di quelli sociali; L’agricoltura europea, frammentata in milioni di piccole aziende, finirebbe per entrare in crisi se non venisse più protetta dai dazi doganali, soprattutto se venisse dato il via libera alle colture OGM (evento accaduto il 24 aprile per alcune varietà di mais, soia, colza e cotone, oltre che a due varietà di garofani come fiori da taglio); Il trattato avrebbe conseguenze negative anche per le piccole e medie imprese, e in generale per le imprese che non sono multinazionali e che con le multinazionali non potrebbero reggere la concorrenza; I negoziati sono orientati alla privatizzazione dei servizi pubblici quindi secondo i critici si rischia la loro scomparsa progressiva (a rischio il welfare e settori come l’acqua, l’elettricità, l’educazione e la salute sarebbero esposti alla libera concorrenza); Ci sarebbero anche rischi per i consumatori perché i principi su cui sono basate le leggi europee sono diverse da quelli degli Stati Uniti. In Europa infatti vige il principio di precauzione (l’immissione sul mercato di un prodotto avviene dopo una valutazione dei rischi) mentre negli Stati Uniti per una serie di prodotti si procede al contrario. Questa critica viene sollevata relativamente all’uso di pesticidi, all’obbligo di etichettatura del cibo, all’uso del fracking per estrarre il gas e alla protezione dei brevetti farmaceutici, ambiti nei quali la normativa europea offre tutele maggiori; Le disposizioni a protezione della proprietà intellettuale e industriale, attualmente oggetto di negoziati, potrebbero minacciare la libertà di espressione su internet o privare gli autori della libertà di scelta in merito alla diffusione delle loro opere.
Per avere ulteriori informazioni in merito al TTIP, il colossale e controverso progetto di intesa commerciale Usa-Ue, bisognerà attendere. Nel frattempo, molte organizzazioni della società civile, sia statunitense che europea, hanno deciso di coordinarsi in network nazionali o internazionali, con l'obiettivo di informare e sensibilizzare l'opinione pubblica sui possibili impatti del trattato transatlantico. Per questo motivo è in atto la campagna “Stop TTIP” e il giorno 18 aprile si è tenuto lo “ Stop TTIP Day”, con 600 manifestazioni in tutta Europa, anche se non si è registrata un'alta affluenza. Bisognerebbe parlare in modo maggiormente approfondito della questione, sperando che trapelino nuove informazioni dai negoziati.

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