Europa e immigrazioni selvagge

Fino a quando le barriere legali e fisiche ci proteggeranno? - L'opinione di Giancarlo Trigari

Quello che sta vivendo l'umanità non è affatto un periodo facile.

In molte parti del mondo focolai di guerra provocano morti e distruzioni in popolazioni già provate dalla miseria e dal malgoverno, e non solo nel terzo mondo dove situazioni di questo genere sono vissute praticamente da sempre come un male endemico, non estirpabile.

L'uomo si ingegna a distruggere il proprio habitat rendendolo sempre più invivibile ed ormai si è avviato lungo una china che lo porterà con certezza verso la sparizione sulla terra della razza umana in un tempo molto più breve di quanto molti si illudano. I segnali sono piccoli e quasi impercettibili, per questo si pensa di poterli ignorare e con loro ignorare l'effetto valanga, pronto a scatenarsi da un momento all'altro.

Nel frattempo la desertificazione di aree sempre più vaste aumenta il numero di affamati, disperati. Ci sono persone che non mangiano in una settimana quello che molti di noi buttano via in un giorno.

Anche l'occidente sperimenta in questi anni una crisi economica severa, dopo anni di sviluppo forsennato. È una crisi che tragicamente aumenta drasticamente la forbice tra ricchi e poveri.

Enormi ricchezze si concentrano nelle mani di pochi e sempre più persone, abituate ad una moderata agiatezza, vengono spinte verso una indigenza che li trova completamente impreparati.

I posti di lavoro veri scarseggiano e i giovani vedono davanti a loro un futuro assai poco roseo di mancanza di quell'autonomia che è il primo passo per un contributo fattivo al progresso della società.

Cos'è, il prologo di una predica per invitare al ripiegamento su se stessi, alla meditazione spirituale secondo i dettami della propria religione?

Penitenziagite ...”, recitavano i Dolciniani, “Fate penitenza, che il regno dei cieli è vicino”, come ci ricorda Umberto Eco nel suo mirabile romanzo.

Niente di tutto questo: è molto più terrenamente lo scenario che spinge migliaia di disperati a premere sui confini dell'Unione Europea, per loro novello paradiso terrestre.

Al contempo gli europei in bilico verso il baratro della miseria, intendiamoci: sempre molto relativa rispetto a quella degli “invasori”, erigono muri e barriere di ogni genere per contrastare arrivi forieri di possibili sacrifici, mentre i mercanti di carne umana mietono vittime.

Chi si affida alla ragione, piuttosto che ai pregiudizi e ai mal di pancia, deve chiedersi: ma pensiamo realmente di poter sempre lasciare fuori dagli agi della civiltà occidentale masse di diseredati, verso i quali tra l'altro dovremmo nutrire un certo senso di colpa per aver costruito il nostro benessere sfruttandoli?

Non si tratta di analizzare un principio morale, compito che lasciamo ad altri, ma di un aspetto semplicemente pratico.

La storia ha sempre qualcosa da insegnarci. Pensiamo alla caduta dell'Impero Romano d'Occidente. Per lungo tempo i Romani riuscirono ad arginare i Barbari ai confini dell'impero cercando di estendere il sistema di Roma alle regioni da loro abitate, ma ad un certo punto la pressione fu così forte da diventare incontenibile. I Barbari dilagarono e non fecero prigionieri. Si impossessarono di tutte le risorse e finirono per rivitalizzare una società ormai decadente.

Noi europei non siamo i Romani e i clandestini non sono i Barbari, ma dobbiamo capire che, come allora non possiamo irragionevolmente pensare di non lasciare alcuno spazio a coloro che finora abbiamo emarginato, perché quello spazio alla fine troveranno il modo di conquistarselo molto più dolorosamente per noi.

Mentre tra di loro l'aspettativa di vita a stento supera i quaranta anni e la prolificità è così alta da compensare ampiamente la mortalità, pure molto alta, in Europa l'aspettativa di vita è ovunque più del doppio e in nessun paese europeo la prolificità è tale da assicurare la continuità della specie, con il record negativo detenuto dall'Italia.

In sintesi, mentre la loro popolazione di giovani e giovanissimi cresce, la nostra diminuisce e invecchia. Noi, insieme con gli altri paesi evoluti abbiamo il monopolio di quasi tutte le risorse disponibili sulla terra, loro muoiono di fame e si combattono in guerre fratricide astutamente arruolati da interessi economici che non li riguardano e non avranno mai alcuna ricaduta positiva sulle loro vite.

Pensiamo veramente di poter stare a guardare come se niente fosse dietro illusorie trincee?

Il solo modo di uscirne intelligentemente è assumere il controllo nel lungo periodo di questo esodo biblico, liberalizzando le frontiere dell'Europa e creando in una Europa realmente unita occasioni reali di sviluppo per tutti coloro che vi vogliono vivere, o che vogliono solamente intrattenere con noi rapporti di business dai luoghi di origine.

Si tratta di un compito complesso che presuppone una Europa che ancora non esiste, una Unione Europea con istituzioni centrali analoghe a quelle degli Stati Uniti d'America, con in più stati forti di millenni di civiltà, che dopo aver abbandonato le miopi politiche del “not in my backyard” e ognuno fa per sé, persegua una politica in cui “unione” e “condivisione” siano le parole chiave.

Se non perseguiremo questi obiettivi rapidamente rischiamo di essere travolti come lo furono i nostri antenati, secoli fa, dalle invasioni incontrollate ai nostri confini. Se non ci rassegniamo a dividere la torta con loro, presto saremo noi quelli costretti a raccogliere le briciole e a cucire palloni da football per i cinesi.  

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