I sogni di Obama e la realtà del mondo

Pare che oltre il 90% degli italiani abbia tifato per Barack Obama nella lunga notte delle elezioni americane. Numeri che non sorprendono, e che probabilmente si avvicinano parecchio a quelli degli altri stati europei.

Il consenso del presidente all'estero è molto ampio, decisamente di più di quanto non lo sia in casa propria, dove Obama ha dovuto sudare parecchio per rimanere alla Casa Bianca. La spiegazione più naturale del carisma esercitato dall'ex avvocato di Chicago è nell'idea di libertà e democrazia che il suo personaggio incarna: il suo percorso personale non parla di dinastie, lobbies e imperi finanziari alle spalle, ma di talento, lavoro e intraprendenza, uniti a quella dose di ambizione e individualismo tipica di tante storie americane. Ma è soprattutto la sua visione della società che lo rende vicino alle esigenze del mondo contemporaneo. In una nazione dove gli imperativi per anni sono stati l'iper-consumo, lo sfruttamento estremo delle risorse, il benessere economico, l'ansia del successo personale, Obama è capace di parlare anche un altro linguaggio: quello della generosità, dell'assistenza ai bisognosi, dell'uso delle energie rinnovabili. La sua visione riesce a spingersi un po' più in là, nell'immediato futuro e non solo nel presente, cercando di trovare uno spiraglio di compromesso tra le molteplici e affannose esigenze del singolo e quelle della società. 
Con tutti il rispetto per Mitt Romney, non si può affrontare la realtà del mondo nel 2012 solamente con gli slogan demagocici e stantii della riduzione delle tasse, il liberismo, gli investimenti militari per la sicurezza, lo sfruttamento del petrolio fino all'ultima goccia. Il richiamo continuo dei repubblicani al «sogno americano» sembra una filastrocca consumata. A cosa si ricondurrebbe questo sogno? A una casa più grande? Una macchina più grande? Forse andava bene negli anni Cinquanta. Adesso è troppo poco. Soprattutto mentre il mondo rischia di bruciare sotto il fuoco della deriva economicista che è stata imboccata in maniera sempre più pericolosa, dove la logica della finanza e del «fare i soldi con i soldi» viene vista come l'unico obiettivo da raggiungere.
È evidente che, oltre allo slancio e alle buone intenzioni, Obama dovrà inventarsi anche qualcos'altro. Il lavoro che lo aspetta nei prossimi 4 anni può essere ancora più complicato di quello affrontato nel già difficile primo mandato. Un lavoro che dovrà essere condiviso col resto del mondo. Se non altro perchè le condizioni di quotidiana difficoltà che si incontrano sempre più spesso dappertutto scaturiscono anche dai vizi esportati dall'America nel recente passato, dai disastri della new economy alla cultura dell'indebitamento personale per agguantare il superfluo. 
Il groviglio della realtà contemporanea è così intricato che neanche una super-potenza può riuscire a interpretarlo e sbrogliarlo da sola. E questo, per fortuna, Obama lo sa bene. 
Davide Zanardi

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