Ilva: perché a pagare non è la proprietà?

Pochi giorni fa Dario Fo, chiudendo sarcasticamente il suo spettacolo a Brindisi, ha detto a proposito dell'Ilva: «Che gentili i proprietari. Si sono occupati a loro spese del rifacimento degli impianti idraulici del cimitero vicino allo stabilimento, così i fiori possono avere sempre acqua; è vero che l'acciaieria uccide le persone, però poi che bei funerali si possono fare».

Anche il teatro dà voce alle angosce legate al più grande e velenoso impianto industriale italiano. La fabbrica ex-Italsider ha alle spalle mezzo secolo di menzoge e illusioni, oltre che di emissioni nocive. La retorica del progresso, del reddito pro capite e del Pil è l'arma con cui i poteri forti hanno accompagnato delicatamente Taranto verso la propria dimensione di città a vocazione siderurgica, dominata, per usare le parole di Walter Tobagi, dalla figura del "metalmezzadro", a metà strada tra contadino e metalmeccanico. Con buona pace della salute dei suoi lavoratori e abitanti. 
Ora che i veleni dell'Ilva non fanno più parte solo delle statistiche e del dolore di chi ha perso un figlio, una madre o un padre, ma sono stati portati a galla anche dall'inchiesta di disastro ambientale che ha portato al sequestro degli impianti, il governo propone la solita formulina magica del decreto d'emergenza che può salvare tutto: azienda e ambiente, lavoratori e quartieri malsani, salute e profitto.
Questo decreto-barzelletta verrà difeso quasi da tutti: istituzioni, sindacati e naturalmente dai vertici aziendali che fanno capo alla famiglia Riva, che rischierebbe al massimo una sanzione pari al 10% del fatturato annuo, in caso di inadempienze nel risanamento. Poco importa se nel frattempo i fumi degli impianti continueranno a svolgere il loro silenzioso mestiere di avvelenatori. 
Se uno Stato si comportasse da Stato, cioè come un padre saggio che dà pane al pane e vino al vino, i termini del decreto sarebbero più o meno questi: l'Ilva deve realizzare a proprie spese e nel minor tempo possibile l'intero risanamento ambientale, durante il quale gli impianti restano chiusi e i dipendenti regolarmente pagati come se lavorassero. 
Utopia? Può darsi, ma qualcuno spieghi cosa ci sarebbe di anormale in tutto questo. Dal momento che la famiglia Riva è divenuta - di propria scelta - proprietaria dello stabilimento, deve essere responsabile anche del suo corretto funzionamento. Se ha trascurato qualcosa, metta mano al portafogli. Ma quello che in genere in economia è rischio d'impresa, ??a Taranto è garanzia di intoccabilità. O, peggio ancora, di impunità. Anche ora che il sogno industriale si è trasformato in incubo.
Davide Zanardi

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