La Crimea e la dignità dimenticata del referendum

Utilizzando un linguaggio ben poco giornalistico, la cosa più naturale da dire sarebbe: «E chi se ne frega della Crimea?». D'accordo, si sa che è soltanto una questione politica. Se non ci fosse di mezzo la Russia, né Barack Obama né la Nato spenderebbero neanche solo un minuto del loro tempo per occuparsi delle sorti della piccola penisola.

Quando nel 1992 le repubbliche dell'ex Unione Sovietica si autoproclamarono indipendenti, non si ricorda questo grande clamore da parte dell'Occidente. Oggi invece, guarda caso, Ucraina e Crimea diventano un caso internazionale. La retorica della politica è sempre opportunistica e spesso piuttosto demenziale. Lasciamo che i russi sbrighino le loro “cose da russi” e occupiamoci di questioni più importanti. Ad esempio del futuro del mondo, che viste le mani in cui siamo non appare particolarmente luminoso. Da un lato l'Onu ci ricorda a ripetizione l'importanza dell'autodeterminazione dei popoli; poi, quando arriva un popolo che si autodetermina - oltretutto per mezzo di un referendum che dà un risultato vicino al 98% - improvvisamente non va bene, perché ci sono di mezzo strani e distorti equilibri di potere da tutelare. In tutto questo tourbillon di dichiarazioni, frasi fatte e velate minacce, è proprio l'elemento referendario a passare quasi inosservato, come se fosse un optional insignificante rispetto ai desiderata dei capi di Stato. Invece è il referendum stesso a legittimare la posizione del popolo della Crimea, al di là di tutto e di tutti. Se l'élite governativa avesse l'umiltà e l'intelligenza per imparare qualcosa, sarebbe questo l'unico aspetto di cui tenere conto in tutta la vicenda del Mar Nero: la rappresentatività dei cittadini, che con un semplice “sì” scelgono quello che vogliono fare. L'Italia, ad esempio, necessiterebbe di un corso accelerato sulla partecipazione democratica. Invece che allinearsi sempre come pappagalli ebeti alle posizioni delle superpotenze, i nostri politici si impegnino di più nel ristabilire i rapporti di forza all'interno di uno Stato: i cittadini determinano le scelte, gli organi istituzionali le applicano. Nelle democrazie vere (la Svizzera insegna) i referendum sono all'ordine del giorno anche per questioni minori; nelle democrazie “all'italiana” i cittadini ultimamente non possono scegliersi neanche il Presidente del Consiglio.  In realtà, sarebbe facile: basta segnare un “sì” o un “no” su un foglio di carta. Ce l'hanno fatta in Crimea, possiamo farcela anche noi. Forse.

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