Licenziamento dei dipendenti pubblici, si perchè è giusto non perchè elettoralmente conviene

Siamo d’accordo che i dipendenti pubblici siano davvero troppi. Ma siamo assolutamente contrari alle piccole operazioni di bottega

“Licenziare i dipendenti pubblici, la politica ha capito che elettoralmente conviene”. E’ solo uno dei titoli d’apertura dei quotidiani cartacei e via web di queste ore all’indomani della clamorosa vicenda delle assenze dal lavoro dei vigili urbani di Roma. 
Dovremmo rallegrarcene di queste nuove prese di posizione della politica e della stampa visto che su queste colonne da mesi, se non da anni stiamo scrivendo che nella pubblica amministrazione italiana è necessaria una seria “cura dimagrante” degli impiegati, funzionari e dirigenti, di contenimento della spesa per il personale e di un robusto snellimento della burocrazia e degli inutili adempimenti procedurali di tutti gli uffici pubblici. Potremmo metterci i gradi e le stellette: “Siamo piccoli ma vediamo avanti, abbiamo dato la linea editoriale ai giornali e scandito i primi adempimenti per il 2015 del governo”. 
Ne avremmo tutti i titoli per farlo e il vero merito di rivendicare il diritto a sventolare la paternità della nuova presa di coscienza della politica e dell’intellighenzia italica. Ma come al solito non ci interessa e, anzi, ancora una volta prendiamo le distanze dalla vulgata collettiva. 
Viste infatti le premesse contenute nella prima riga di questo articolo siamo proprio distinti e distanti da queste posizioni che si stanno delineando. Perchè siamo d’accordo che i dipendenti pubblici siano davvero troppi e tutte queste maestranze nelle attuali condizioni in cui si trova il Paese non ce le possiamo davvero permettere, ma siamo d’accordo solo per questo e altri motivi di merito che andremo ancora una volta a spiegare, ma siamo assolutamente contrari alle piccole operazioni di bottega o di bassa cucina politica che spinge governo e principali partiti a cavalcare l’onda perchè elettoralmente conviene. Questa eventualità, lo diciamo con franchezza, era l’ultima cosa che volevamo sentire e volutamente nei mesi scorsi non abbiamo mai evidenziato nei numerosi articoli pubblicati. Abbiamo puntato l’indice al contrario contro sindacati (ancora drammaticamente ancorati anacronisticamente su questa posizione fuori dal tempo) e sulla politica che negli ultimi sessant’anni ha difeso, protetto e lautamente incentivato i dipendenti pubblici, uno dei tanti serbatoi di tessere e voti necessari alla affermazione e sopravvivenza delle organizzazioni sindacali e dei partiti.
Abbiamo picchiato duro e continueremo a farlo affinchè  nelle priorità del governo e dei due rami del Parlamento  rientrino la semplificazione della burocrazia e la riduzione degli organici della pubblica amministrazione  in modo da lasciare spazio al merito e alla competenza equiparati ai salari e alla disciplina contrattuale che regola il mondo del lavoro privato.
Cavalcare l’onda per modificare lo status della pubblica amministrazione ci puzza di marcio maledettamente come è stato lo spot della legge che ha soppresso e modificato nel nulla le Province italiane.  Sono giochetti di piccola “macelleria politica”, utili a rimediare consenso nell’immediato o in vista di appuntamenti elettorali all’orizzonte (forse non nel caso dell’elezione del nuovo capo dello Stato) ma un pochino più in la. 
La buona amministrazione un politico dovrebbe farla indipendentemente dal tornaconto elettorale, ma semplicemente adempiendo ai doveri dell’alto ufficio affidatogli dagli elettori. 
Così almeno la pensava Sir Winston Churchill, che dopo aver portato la Gran Bretagna alla vittoria durante la seconda guerra mondiale non se la prese più di tanto per l’ingratitudine del popolo inglese che alle successive elezioni politiche gli preferì il suo sfidante laburista che aveva promesso la riduzione delle tasse in caso di vittoria. 
Si limitò a dire: “che il popolo ha diritto di essere ingrato, mentre il politico ha  solo il dovere di essere un buon amministratore”.

Cesare Mannucci

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