Riforma del lavoro e articolo 18: il diavolo sta nei dettagli

È dai dettagli che si vede un giocatore e in questo caso i dettagli stanno nei decreti attuativi con i quali il governo completerà la riforma del lavoro dopo il via libera al Jobs Act.

Moreno Mazzola

Moreno Mazzola .

L'obiettivo del governo è il superamento dell'articolo 18 con la fine dell'obbligo di reintegro in caso di licenziamenti per motivi economici lasciando garantita la tutela reale solo in caso di licenziamenti discriminatori, mentre resta ancora da definire la norma nel caso di motivazioni disciplinari dovuti al comportamento del lavoratore, che però saranno definiti per legge e sanciti dal magistrato. Il governo vuole ridurre al minimo i margini di discrezionalità della giurisprudenza, ma è evidente che minore è il grado di precisione normativa, maggiore è il ruolo della contrattazione collettiva e della giurisprudenza nella specificazione delle motivazioni. Il tentativo è di fare una legge che trovi analoga applicazione in Europa ma in Germania - che è l’elemento trainante dell’Europa - non sono dello stesso parere, almeno i sindacati; infatti secondo il leader di Ig Metal «abolire l’articolo 18 è un attentato ai diritti dei lavoratori di tutta Europa, l’abolizione dell’articolo 18 non è la ricetta per risolvere la crisi economica italiana». Del resto nel modello tedesco, cui Renzi dice di essersi ispirato per il Jobs Act, il licenziamento senza giusta causa non esiste. «In Volkswagen ad esempio - ha spiegato il tedesco - c’è una legge per cui non si può licenziare senza giusta causa, ma anche nelle altre aziende una forma di articolo 18 c’è». E per questo la riforma del governo italiano crea preoccupazioni anche in Ue. «Se l’Italia dovesse abolire le tutele, rischiamo che in Europa avvenga il cosiddetto effetto domino. Ovvero che le aziende multinazionali decidano di applicare anche agli stabilimenti esteri le stesse modalità contrattuali approvate in questo Paese, con il risultato che forme di lavoro con minori tutele potrebbero essere introdotte anche da altri stati dell’Unione, contribuendo così a peggiorare crisi e disoccupazione». La linea del governo è quell’uscita dalla direzione del Pd, dove non c’è stata unanimità ma la minoranza ha esplicitato delle obiezioni nel merito, la stessa che ha ribadito più volte il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti: «L'esecutivo intende modificare il regime del reintegro così come previsto dall'articolo 18, eliminandolo per i licenziamenti economici e sostituendolo con un indennizzo economico certo e crescente con l'anzianità». La tutela resterà per "i licenziamenti discriminatori e per quelli ingiustificati di natura disciplinare particolarmente grave, previa qualificazione specifica della fattispecie". A me preoccupa molto questo tipo di approccio perché mi ricorda molto quello tenuto sulla legge Fornero quando veniva declinava come l’argine di salvaguardia del paese Italia salvo poi, quando ormai i buoi erano scappati, cercare di chiudere il recinto, definirla come un errore. A me sembra che l’articolo 18 sia diventato un totem ideologico che rappresenta un periodo e che per questo diventa il focus della discussione; il problema non è l’articolo 18, bensì l’eccessiva burocrazia pubblica, l’eccessivo livello di tassazione sul lavoro, l’eccessivo numero di tipologia di contratti di assunzione, l’eccessiva lungaggine nel pagamento da parte dell’amministrazione pubblica. Bisogna avere la capacità di discutere e trovare soluzioni a questi temi in parallelo ai ragionamenti sull’articolo 18 se no, e mi spiace dirlo, potrebbe essere solo folklore.

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