Nasce il “Borgo Borromeo”: nuova vita per l’antica Foramagno

Ma a Sud dell’arteria principale, là dove si stacca la via Martiri di Cefalonia, ecco spuntare l’ex Oratorio o chiesetta di Foramagno, a mio giudizio uno dei monumenti principali della città, forse il più antico. Quasi un biglietto da visita per il nucleo storico retrostante che ha dato il nome al luogo: come dicevo, oggi interessato da un intervento di recupero, riqualificazione ed espansione a fini residenziali: “Borgo Borromeo”, è il nome suggestivo assegnato al futuro insediamento.
Per fortuna, al contrario di quanto è avvenuto altrove, dove le ruspe hanno compiuto dei veri e propri massacri, a Foramagno sono stati risparmiati una torretta medioevale fortificata e il contiguo fabbricato angolare con un portico seicentesco, che nelle intenzioni assumeranno, come recita la relazione tecnica, “la funzione di fulcro aggregante tra il vecchio abitato e le nuove realtà che andranno a contornarlo”.
Non spetta a me valutare dal punto di vista urbanistico l’entità del progetto e la sua traduzione pratica. In veste di storico esprimo il mio compiacimento, in quanto la proprietà ha dimostrato, magari anche perché sollecitata dalle autorità comunali, un apprezzabilissimo senso di rispetto verso queste “reliquie” del passato, che se hanno vissuto intensamente i secoli addietro, possono e devono continuare a testimoniare con la loro viva presenza la continuità della storia: dentro a questi vecchi mattoni è sedimentato il vissuto di innumerevoli generazioni, rappresentano le nostre radici più autentiche; se non vogliamo sentirci estraniati nei confronti di ciò che ci circonda, occorre salvaguardare tali significative presenze, offrire loro un futuro15 CHIESETTA.
E ora, qualche annotazione di carattere storico, per capire l’importanza dell’intervento in corso. In quel di Foramagno, incredibile a dirsi, dal sesto secolo dopo Cristo vivevano i Longobardi. Presidiavano un punto strategico del Lambro, quello cosiddetto del guado di Bolgiano, sull’altra riva del fiume, nel Comune di San Donato. Ma, come si usava presso questo popolo, i guerrieri, gli “arimanni”, s’erano tirati dietro  l’intera tribù, la “fara”, donne, bambini e vecchi, tutti venuti d’oltralpe con bestie e armenti in cerca di fortuna e di sole. Del loro insediamento, i Longobardi hanno lasciato traccia nel toponimo, storpiato ma non al punto da renderlo irriconoscibile (fara + arimanno = Foramagno), nonché  nella chiesetta all’entrata dell’abitato, all’interno della quale esisteva un altare intitolato a San Michele Arcangelo, il santo nazionale di quelle genti. Qualcos’altro sopravvive nei vecchi mattoni rossi della cascina castellata già dei Parapini, adesso in via di recupero. Più che della classica cascina, Foramagno ha le sembianze di un vero e proprio borgo, per secoli imperniato sull’attività agricola, sull’allevamento del bestiame. Nel secolo XVI la fascia settentrionale, gravitante sulla torretta e sul palazzo porticato, figurava intestata ai Conti Trotti di Castellazzo. Quella meridionale apparteneva invece al monastero di Santa Radegonda, la cui sede centrale stava a Milano, nell’odierna omonima via, lateralmente al corso Vittorio Emanuele II. Tale situazione patrimoniale si conserva ancora nel Settecento; arrivano in seguito i signori Cottini, ai quali subentrano nel 1928 gli agricoltori Parapini: il fondo originario misurava 1500 pertiche fino al 1953-’54; su gran parte di questi terreni è stata costruita la cittadella artigianale e industriale dei nostri giorni.15 PORTICO
Le mappe catastali del 1722, di solito molto dettagliate, per quanto riguarda il nucleo storico di Foramagno falliscono l’obiettivo; impossibile farsi un’idea precisa sulla ripartizione degli immobili. Dobbiamo saltare perciò alla serie successiva, al catasto Lombardo-Veneto del 1866. Del villaggio riconosciamo sulla sinistra l’Oratorio, gli alloggi dei contadini, le stalle; a destra prima un fabbricato a ferro di cavallo, con le ali orientate verso Est (abitazioni dei salariati, coi rustici annessi), e sullo sfondo la futura corte Parapini, a U rovesciata. Le modifiche intervenute da allora a ieri l’altro si riassumono così: sostituzione verso la metà del Novecento di parte del fabbricato più antico con una villa (adesso abbattuta); vicino a questa, altre case coloniche, i silos.
Per quanto riguarda l’ex Oratorio, una lapide murata all’interno attesta che l’edificio venne ricostruito nel 1506 dal Conte Matteo Trotti, recuperando l’abside romanica della chiesetta preesistente, e dedicato alla Vergine Maria e a San Giovanni Battista (più tardi nella dedicazione si aggiunse San Carlo Borromeo, dal 2010 patrono di Peschiera). Rimase aperto al culto fino alla prima metà dell’Ottocento, successivamente finì purtroppo abbandonato. Nel catino absidale si intravedono pitture di squisita fattura. Manca l’altare, rimosso e trasportato nella chiesa di San Martino a Zelo, a completare l’altare maggiore. Rispondendo positivamente a una richiesta dell’Amministrazione comunale, anni orsono la proprietà donò la chiesetta appunto al Comune, che verso il 2003 rifece il tetto. Salvare adesso l’Oratorio di Foramagno da un rovinoso disfacimento, valorizzarlo, restituirlo a un uso pubblico, conservare al territorio un bene prezioso che ci restituisce intatto il fascino dei secoli lontani, è un obbligo di ordine etico e morale, prima ancora che religioso, che deve vedere impegnati tutti quanti, amministratori e cittadini.

Prof. Sergio Leondi

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