Quattro amici di Caleppio all'encierro di Pamplona

E poi arrivano loro, una mandria inferocita e spaventata nel pieno della loro collera, e non possiamo fare altro che rimanere inermi, godendo dello spettacolo e pregando per un lieto fine. Tutto fila liscio, ormai spaventa di più la folla che i tori. Entriamo nell’arena festante che applaude i propri eroi; ce l’abbiamo fatta, ci siamo riusciti, nel nostro piccolo abbiamo compiuto l’impresa! È il momento topico del nostro viaggio a Pamplona, nota località basca, famosa in tutto il mondo per il suo encierro (la “corsa” coi tori) e per tutta la festa che ruota attorno a questo incredibile evento. Noi, quattro ragazzi di Caleppio di Settala, spinti dalla curiosità, dalla voglia di compiere qualcosa di grande e anche da un po’ d’incoscienza, abbiamo deciso di prenderne parte. La festa è divenuta famosa in tutto il mondo anche grazie allo scrittore statunitense Ernest Hemingway, il quale ha minuziosamente descritto tutte le atmosfere e i momenti salienti dell’evento nel suo romanzo Fiesta (nome decisamente appropriato… libro che consigliamo vivamente ai lettori). Nata come festa religiosa, è dedicata al co-patrono della città, San Firmino; inizia il 6 luglio e continua ininterrottamente fino al 14 dello stesso mese. Nove giorni di festa non-stop, dove non esistono più giorno e notte, non esistono più orari, non esistono più pudore e contegno, esiste solo la voglia di divertirsi. L'evento d’apertura, il cosiddetto chupinazo, è uno dei momenti più folli della kermesse. Migliaia e migliaia di ragazzi e ragazze aspettano, già dalla mattina, che il Sindaco dia inizio ai festeggiamenti ringraziando e dedicando i giorni successivi al Santo Patrono. La folla che riempie la piazza del Municipio è euforica già dalle prime ore del giorno, le gente beve e si lancia sangria aspettando mezzogiorno, istante preciso in cui si aprono le danze. I litri e litri di vino fanno il resto, portando anche le persone più miti a compiere piacevoli eccessi. Non avevamo mai provato un’euforia collettiva di tale spessore, eravamo quasi spaesati da tutta questa felicità che si respirava per le strade. E finalmente arriva il giorno della corsa, sappiamo che non è uno scherzo e la preoccupazione ci pervade, ma sappiamo anche che gli occhi del mondo, in quel momento, sono puntati su di noi, e tutto questo non fa altro che caricarci. Dopo la corsa ti senti più forte, più sicuro di te, niente ti può sconfiggere! Non facciamo in tempo a goderci il momento che è già ora di tornare a casa. Nel viaggio di ritorno c’è spazio solo per ripensare a tutti gli momenti che ci hanno lasciato il segno. Ripensiamo alla nostra “impresa”, alla corsa, alla festa, alle donne, alla scelta di dormire in macchina come veri avventurieri sapendo già che quest’avventura non ce la dimenticheremo mai!

Grazie ai miei compagni di viaggio e a chi ci ha supportato e spronato a osare così tanto.

Eros D’Ambrosio

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Nella fotografia i quattro impavidi giovani prima della corsa, da sinistra: Edoardo Provinciali (Carlos), Mattia Fornasari (Pedro), Daniele Ragusa (Pablo), Eros D'Ambrosio (Ramon).3139

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