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Insoddisfazione, compromessi, fuga all’estero: non è tutta colpa dei “bamboccioni”

Le strade sono popolate da under trenta lasciati andare in un'eterna adolescenza. Tuttavia, nonostante la loro sembri un'interminabile età dell'oro, oro pescato dalle tasche dei genitori, la quasi totalità degli intervistati non si definisce soddisfatta dell'impiego del suo tempo.

L'assenza di un posto di lavoro, infatti, non fa che accrescere l'insoddisfazione. Cresciuti dalla mamma televisione e dallo zio denaro, spinti verso lauree senza sbocchi, ancora appesi al cordone ombelicale, e infine costretti a limare i propri sogni. «Usciti dall'università bisogna passare per una fase di transizione in cui si è sottopagati e le proprie ambizioni devono essere ridotte». Così, la generazione che dovrebbe essere pronta a entrare nel mondo del lavoro, ne è allontanata a suon di Co.Co.Co e stage non retribuiti. Alcuni sono disorientati  per il passare degli anni. «Mi avevano detto che con la mia laurea avrei avuto un lavoro. Invece, il lavoro non c'è, e non solo per i laureati». In altri si legge una lucida consapevolezza: «il lavoro dei miei sogni non viene pagato, mentre il lavoro sottopagato è già occupato». E non si parla solo di fotografi, critici d'arte e giornalisti, ma anche architetti, mediatori culturali, agronomi e ingegneri:  rassegnati a un lavoro che per nulla ricorda gli studi conclusi. O meglio, «dipende da quanto sei disposto a scendere a compromessi». Lavoro in nero, sottopagato, contratto rinnovabile ogni tre mesi, assenza di diritti. A queste condizioni, il lavoro esiste. «È pazzesco, ho una laurea e penso di essere brava in quello che faccio, eppure dopo un anno e mezzo di lavoro sono ancora in nero e mi pagano poco». I due terzi degli intervistati (tutti con almeno una laurea triennale) inizia a pensare di scegliere un'occupazione meno specializzata. «La mia generazione deve fare i conti con un'economia globalizzata e un decadimento dei diritti sociali, che hanno come conseguenza l'impossibilità di trovare stabilità e un lavoro a lungo termine». La via crucis dei cervelli in fuga si rimpolpa di nuovi adepti: all'estero cercano sbocchi lavorativi o si allontanano da una società che non li ha accettati: «sono architetto, ma il sogno più grande è possedere una piccola attività in un posto tranquillo, lontano dal consumismo. Magari i miei figli non si laureeranno, ma non penso che conti questo nella vita». Sognatori o scansafatiche? Non è solo colpa loro. I neolaureati, prima di entrare nella vita reale, hanno atteso nel limbo interminabile dello studio, e ora dovrebbero lavorare in un call center? «Il lavoro dev'essere uno strumento di espressione personale, del proprio pensiero, della propria analisi dei fatti e del mondo». Ma oggi, il proletariato dei neolaureati non crede più nel matrimonio tra passione e lavoro: «La necessità di guadagnare costringe la gente a far cose di cui non si può essere razionalmente soddisfatti, ma poi il nostro spirito di conservazione ci preserva, facendocelo credere: potrei alienarmi anch'io nel lavoro, ma non si dovrebbe passare la vita a lavorare per pagare casa e macchina».

Sara Marmifero
Elisa Murgese

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