La lettera di una madre all’uomo che ha ucciso suo figlio, investendolo


Quella sera maledetta, quando ormai il mio bambino giaceva esanime travolto dalla sua autovettura, probabilmente lei, insieme alla sua famiglia, si era blindato in macchina; vedevo in lontananza le sembianze di sua moglie e dei suoi bimbi e non mi sono avvicinata. L’ho fatto apposta, per evitare azioni inconsulte che avrei voluto veramente fare… credo sia un istinto naturale, umano, condivisibile… vedere il mio Andrea, morto per terra, il suo corpo martoriato, la sua testa fracassata, il suo volto bellissimo e così tanto amato, sfregiato, deturpato, i suoi occhi azzurri ormai chiusi per sempre… quale madre, quale padre, non avrebbe voluto ritorcersi contro di lei? Le augurai, con tutto il mio cuore e con tutta la mia voce, di provare anche lei lo stesso dolore, le augurai veramente che anche lei e sua moglie e tutta la sua famiglia poteste soffrire e provare ciò che noi stavamo provando… fu la reazione del primo momento… ora, a distanza di circa 100 giorni, egregio signor C.A., posso dirle con la stessa sincerità con la quale pronunciai quelle parole, che no, questo dolore non lo auguro neppure a colui che ha provocato la morte di mio figlio.
Non auguro a nessuno, ma proprio a nessuno di voler riabbracciare il proprio figlio al punto che per poterlo fare io darei la mia stessa vita… solo per poterlo salutare e baciare  un minuto soltanto… non auguro a nessuno, ma proprio a nessuno di cercare il suo odore negli armadi, di cercare la sua essenza fra gli abiti sporchi nel bucato ancora da fare, di accarezzarlo idealmente, accarezzando una fredda fotografia, di sperare di rivederlo in un sogno per qualche minuto, sogno che non arriva ancora, perché ancora per riuscire a riposare un po’ ho bisogno di pesanti dosi di sonniferi…
Io, a ogni modo, non mi cambierei un solo minuto con lei. Preferisco avere il mio bambino sotto terra e non rivederlo più, che dover convivere con la mia coscienza e con il dolore immenso di aver provocato la morte di un essere umano. A dirla tutta, mi risulterebbe alquanto difficile convivere solo con l’idea di aver ammazzato un cane, figuriamoci se solo per un istante dovessi sopportare l’idea di aver ucciso un ragazzo di 15 anni, che aveva tutto il suo domani racchiuso nella vita che lei ha spezzato. Non lo rivedrò più, lo comprende? Mio figlio è sotto terra a marcire, lo comprende?
Il mio dolore un giorno si trasformerà, impareremo a conviverci, dobbiamo farlo perché non possiamo fare altrimenti, abbiamo il gemello Cristian da crescere e davvero non possiamo fare altro… anche se la voglia ci sarebbe, quella di raggiungere Andrea e di non soffrire più.
Lei quella sera aveva fretta e mio figlio è morto. Non funziona così, signor C.A., no, proprio non funziona così… se anche lei condivide questo mio pensiero, io le chiedo umilmente di avere pietà di noi, di avere un guizzo di onestà e di umanità, di riscattarsi da questa cosa terribile che lei ha compiuto, di lasciar perdere avvocati che probabilmente le daranno consigli in tal senso, lasci perdere tutto, egregio signor C.A., mi dia retta, lasci perdere tutto, si metta a posto con la sua coscienza, lasci perdere i benefici che la legge garantista le consente. Non patteggi la pena. Chieda al suo avvocato di non patteggiare la pena, la prego, si sottoponga a giudizio ordinario, si sottoponga alla legge che stabilirà le sue responsabilità. Non chieda benefici, mi creda, non le farà bene…  se lei dovesse farlo, come saranno tutte le prossime mattine della sua vita, che le auguro lunghissima? Come sarà il giorno del matrimonio dei suoi figli, giorno che io, per Andrea non vedrò mai? Come sarà la vita sua, dei suoi figli, di sua moglie, quando avrete dei momenti di gioia dei quali noi non potremo più godere?
La prego signor C.A., consegni questa lettera aperta al suo avvocato, gli chieda di non patteggiare, la scongiuro in nome di Andrea, in nome del mio bellissimo bambino, la imploro, non mi uccida
due volte mio figlio, perché patteggiare la pena, scendere a compromessi con la legge per me, per tutti noi che abbiamo subito un lutto di questo genere, significa uccidere per la seconda volta chi ha perso la sua vita, massacrato sull’asfalto.

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