| Rubriche - Zero Limiti |
L’esperienza mozzafiato del lancio con il bungee jumping dalla postazione più alta e famosa al mondo. Quella della Val Verzasca, in Svizzera
Fin dall’antichità il volo ha esercitato un irresistibile fascino maliardo sull’uomo. Inizialmente è comparso nella mitologia greca con la leggenda di Dedalo e Icaro.
Poi, a distanza di non poco tempo, è stato il turno di Leonardo Da Vinci: dei suoi studi sul volo degli uccelli e della relativa elaborazione di alcuni – in parte avveniristici – progetti. Bisognerà, però, attendere il 17 dicembre 1903, quando i pionieri dell’aeronautica, Wilbur e Orville Wright, riuscirono a tenere sollevato da terra per 12 secondi consecutivi il biplano Flyer.
E così, a suon di invenzioni e l’espugnazione di cielo e spazio, compreso l’allunaggio dell’Apollo 11, si è arrivati ai giorni nostri. Considerato, perciò, che le modalità per librarsi nell’aria – quindi di ascesa – sono state pressoché svelate, all’uomo non è rimasto null’altro da fare che individuare nuovi metodi per la sua discesa. Si è assistito, di fatto, alla comparsa di svariate discipline, più o meno estrose, che hanno fatto del volo – meglio, forse, della caduta nel vuoto – la propria cultura. E nonostante la fugacità della sua esecuzione, il bungee jumping, seppure con qualche limite, rientra a pieno titolo in questa speciale categoria.
Noi, folli e un po’ sconsiderati membri della sezione “Zero Limiti” di 7giorni, non potevamo che cominciare da qui il nostro reportage a puntate tra gli sport più estremi. Erano circa le ore 12.00 di giovedì 21 luglio 2011, quando gran parte dei componenti della sezione “Zero Limiti” si sono messi in moto per raggiungere la diga che abbraccia il lago di Vogorno (Val Verzasca, Svizzera), nella quale vi è collocata la postazione più alta e famosa al mondo per effettuare il cosiddetto lancio con l’elastico. Dopo aver vagato senza meta per qualche tempo, siamo riusciti a imboccare la strada giusta – merito del ritorno in funzione del navigatore – e giungere a destinazione per le 14.45. «Sono sulla diga – rileggo negli appunti di viaggio –. I 220 metri d’altezza di questo muro di cemento che ci divide dal fondovalle sembrano sterminati. Qualche dubbio e una sensazione di vertigine comincia a insidiare la mia sicurezza. Cerco di non pensarci e mi metto in fila. Intanto, davanti a me, le persone si lanciano, spronate anche dal costo del biglietto, pari a 170 euro». Stimolo che io, in quanto inviato della sezione “Zero Limiti” non avevo, giacché usufruivo di un accredito stampa gratuito. «Rimango calmo e tento di liberare la mente – ho scritto –. L’attesa è lunga e snervante. Il tempo sembra essersi fermato; fortuna che ho con me una squadra di colleghi e amici che tiene il morale alto. Il loro supporto mi dà forza. Grazie a loro mi convinco e decido di sporgermi dalla balaustra per assistere ai lanci degli altri jumpers. È peggio di quanto mi aspettassi. Ritorno nella fila ormai assottigliata. Sta per arrivare il mio turno: l’incaricato comincia a infilarmi l’imbracatura. Nel medesimo momento inizia a spiegarmi – rigorosamente in inglese – che, una volta finito il lancio, dovrò affrancarmi a un gancio che verrà calato successivamente per risalire. Di male in peggio!». Per qualche secondo il panico aveva preso il sopravvento. Strinsi i denti; in fin dei conti ero lì a lavorare. Così, mantenendo un sorriso di circostanza e ripromettendomi che non avrei guardato di sotto per non impressionarmi troppo, ho salito le scale della piattaforma per gli ultimi accorgimenti. Sfortuna vuole che la pavimentazione era fatta a grate… Non ho voluto, comunque, lasciare spazio agli indugi; ho fatto i tre fatidici passi che mi dividevano dalla pedana. In quel frangente ho ripensato al lancio che avevo fatto quasi dieci anni or sono e ai pochi metri che lo caratterizzavano (50 metri). Ho rivisto ogni dettaglio. Mi sono ridestato dall’assopimento durante il conto alla rovescia. Three, two, one… un grande respiro, nessuna esitazione, e via a testa in giù nella gola. Mentre ero in volo ho riacquistato lucidità. Tutto era chiaro e tutto andava per il verso giusto. Ho rimbalzato su e giù più volte. A quel punto mi sono reso conto che, alla fin fine, era come fare una passeggiata. L’emozione vera l’avevo già vissuta. Sì, perché è nel momento dello slancio, di quell’azione così innaturale e impaurente che ti proietta nel vuoto, che ti investono le sensazioni più intense. Poi, soltanto adrenalina. Almeno fino a quando non si è esaurita la proprietà elastica del cavo. Da lì, pensavo che sarebbe stato tutto in discesa, anche se, paradossalmente, bisognava effettuare le manovre di risalita.
Vi posso assicurare che, appesi a trenta metri d’altezza, con vigorose folate di vento che ti scaraventano da una parte all’altra, ogni operazione diventa difficoltosa. In effetti, ci ho messo un po’ di tempo prima di riuscire ad affrancarmi e ripresentarmi trionfante. Quello che ti rimane addosso è una grande carica. Il resto provato non può essere riferito, è impossibile, può essere soltanto vissuto o spartito da coloro che, come me, almeno una volta nella loro vita, hanno valicato il proprio limite.
Maurizio Zanoni
| Commenti |
|
3.26 Copyright (C) 2008 Compojoom.com / Copyright (C) 2007 Alain Georgette / Copyright (C) 2006 Frantisek Hliva. All rights reserved."
| < «Prec. | Succ.» > |
|---|









02.39.8460.31 -
02.700.554.794 -
Annunci








