Il nostro maratoneta è tornato a correre nella Grande Mela, dieci anni dopo l'attacco alle Torri Gemelle
Una maratona corsa più con il cuore che con le gambe. Ha deciso di ripercorrerli così, con uno stato d’animo diverso, i 42 chilometri e 195 metri che uniscono idealmente, in un’unica competizione, i cinque distretti (Staten Island, Brooklyn, Queens, Bronx, Manhattan) della Grande Mela. Raffaele Brattoli, blasonato atleta di Peschiera Borromeo, con 55 primavere sulle spalle, ha rimesso piede nella città per antonomasia degli skyscrapers per prendere parte per l’ennesima volta – sei in totale – alla prestigiosa maratona newyorkese. Stavolta, però, con un approccio differente dal solito. Via l’agonismo, via la rivalità, che generalmente caratterizzano le competizioni per lasciare spazio alla solidarietà. Solidarietà verso quella popolazione che l’11 settembre di dieci anni fa è stata trafitta al petto da due aerei, e che lui, mentre era intento ad affrontare la sua prima maratona internazionale – a distanza di nemmeno un paio di mesi dal cruento episodio – ricorda persa, nuda, ferita, soggiogata dai colpi scellerati del terrorismo.
«Ci tenevo molto a partecipare – racconta –. Ho corso l’edizione del 2001 quando sono crollate le Twin Towers e desideravo essere qui, al decimo anniversario, per manifestare alla gente il mio sostegno». Ed è per questo motivo che il moto perpetuo delle lancette del cronometro, in questo caso, non è che pleonastico. Forse è proprio questo l’ultimo insegnamento dello sport: il gran campione che “cede il passo” al resto, a qualcosa di più grande, di più importante. Ore 9.40 di domenica 6 novembre, gli atleti, suddivisi in base ai propri record personali, sono sulla linea di partenza nell’enorme spiazzo del Marathon Village a Fortwadsworth Terrazzano Bridge, in attesa del consueto colpo di cannone che sancisce l’avvio della gara. Un fragoroso boato riscalda metaforicamente gli animi dei 50mila sportivi che si confrontano con una temperatura ferma a zero gradi, e dà inizio allo scenografico spettacolo delle decine di migliaia di gambe che si distendono rapidamente in completa armonia. Il poderoso podista peschierese, inserito nel raggruppamento dei più forti (categoria blu) comincia la sua corsa, lasciando alle spalle Staten Island alla volta di Brooklyn. Dopodiché su al Bronx, attraversando il Queens, fino all’arrivo a Manhattan in Central Park. «Sono rimasto affascinato dalla unione delle persone, compatte sotto le stesso cielo, nonostante facessero parte di realtà cittadine dissimili dal punto culturale – spiega colpito –. Per non parlare delle feste. Dai palchi improvvisati con band che suonavano all’aperto a Brooklyn, ai cori ghospel del Bronx, al vociare di Manhattan. Unica eccezione il Queens, abitato da rabbini che per loro indole, al passaggio degli atleti, non rivelano altro che contegno e compostezza». Da menzionare sicuramente, poiché non di poco conto, il tricolore che ha sventolato nell’ultimo tratto di gara, nel quale era impressa la sentita frase "2001 - 2011, 10 years later once more with you in memory of Ground Zero", suo messaggio indirizzato ai newyorkesi e al popolo statunitense, dove esprime, a distanza di un decennio dalla tragedia, la propria solidarietà. «Ho intravisto molta positività – chiosa –. Tra le persone c’è la voglia di risollevarsi, simboleggiata, se vogliamo, dalla futura costruzione della Freedom Tower che sorgerà sulle ceneri dei due grattacieli emblema di New York andati distrutti». La fotografia in bianco e nero che Raffaele Brattoli aveva a memoria da diverso tempo a questa parte sembrerebbe forse – e fortunatamente – riacquistare qualche sfumatura di colore.
Maurizio Zanoni