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Home   Zero Limiti   Raffaele Brattoli trionfa ancora: tra ponti tibetani e antichi gradoni ha portato a termine anche la Nepal Race 2011
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Rubriche - Zero Limiti

L'ultramaratoneta peschierese non ha desistito di fronte agli ostacoli del difficoltoso percorso, dimostrando un'altra volta una resistenza psico-fisica sovrumana

«”Namaste”, esclamavano i bambini che, meravigliati dal nostro abbigliamento atipico, ci correvano incontro per salutarci. Ripetevano più volte questa strana parola, inizialmente a noi sconosciuta, con le mani giunte verso il capo. Poi, qualcuno spiegò. Ci dicevano: “Saluto il Dio che c’è in te”, perché per i nepalesi in ogni persona c’è qualcosa di divino – racconta Raffaele Brattoli, al ritorno dalla sua ultima competizione estrema –. Questa forma di accoglienza mi è rimasta nella mente e soprattutto nel cuore». E tra questi ricordi indelebili, sensazioni intense e memorie di luoghi unici e mozzafiato ripercorriamo – o riviviamo, per i più sentimentali – la fiabesca avventura del gagliardo atleta di Peschiera Borromeo che – dopo Iron man e Ice man (andate a scoprire le precedenti imprese sul quotidiano on-line www.7giorni.info) – ribattezziamo amichevolmente Sherpa man. A pensarci bene, un accostamento alla leggendaria figura dello sherpa nemmeno tanto azzardato: entrambi sono di fatto inclini a grandi imprese, abituati a sopportare la fatica oltre ogni ragionevole limite umano, inarrestabili nella loro marcia, dotati di tenacia e di volontà ferrea. Tutto comincia il 13 novembre 2011, con un lungo trasferimento aereo, alla volta di Kathmandu, capitale del Nepal. In questa occasione lo sportivo si è addentrato nel continente asiatico, in quel lontano paese racchiuso tra la pianura del Gange e le vette dell’Himalaya, per prendere parte alla massacrante competizione, organizzata da Racing the Planet, “Nepal Race”. Un’ultratrail che comprende la percorrenza di 250 km, ripartiti in 6 tappe giornaliere in completa autosufficienza (acqua esclusa), tra vertiginosi ponti tibetani e antichi gradoni scolpiti nella roccia. Appena sbarcato in terra straniera Raffaele Brattoli è subito entrato in contatto con la mentalità e l’atmosfera nepalesi: l’autista dell’agenzia, infatti, che avrebbe a posteriori accompagnato gli atleti all’albergo, ha messo loro al collo una collana di garofani, in segno di benvenuto. Nonostante il premuroso vezzo, che ha sortito grande gioia, la realtà urbana intravista dai finestrini durante il viaggio di trasferimento ha smontato immediatamente gli animi. «Presto scopro che Kathmandu è una città molto caotica, qui si guida all'inglese sulla corsia di sinistra, ed è altamente inquinata, tant'è vero che molte persone girano con una maschera che copre il viso – racconta l’ultramaratoneta di Peschiera Borromeo –. Le strade sono invase da migliaia di vecchie moto che sembrano andare a carbone. Desolazione e sporcizia sono ovunque». Nulla però può e deve distrarre il caparbio campione dal suo obiettivo, il quale dedica anima e corpo alla preparazione. «La settimana di adattamento in altura passa in fretta tra escursioni e piccoli allenamenti – continua –. All’alba del 19 novembre ci raggruppiamo per il controllo del materiale, il ritiro del road book e della pettorina». A Raffaele Brattoli è stato assegnato l’emblematico numero 17, nondimeno nemmeno la “sfiga” può fermarlo nella gara psicologicamente più snervante di sempre. E le disavventure benché meno! Batteri che infestavano il campo provocando disagi intestinali, l'altitudine, che variava dai 2500 ai quasi 5000 metri, che rendeva la respirazione affannosa per l'ossigeno rarefatto, la crisi esistenziale, la fredda nebbia che ammantava grandi tratti del percorso, salite logoranti e discese irte di insidie che, tra terreni scivolosi e pietre coperte di muschio, demolivano i muscoli delle gambe. Per alcuni, causa anche di rovinose cadute e fratture che ne hanno determinato il ritiro. Per non parlare dell’escursione termica che dai 35 gradi nelle ore di sole crollava ai 5 nelle ore notturne. Ostacoli che bisogna mettere in conto di continuo; un vero ultramaratoneta questo lo sa. «Nel pomeriggio ci hanno portato al campo Mardi Khola dove siamo stati accolti da musica e balli locali e le donne ci hanno segnato la fronte con della polvere rossa (tika) fatta con pasta di legno di sandalo», prosegue. Dopodiché è seguito il rituale di assegnazione delle tende, giaciglio e rifugio degli atleti da fredde e umide, anzi umidissime nottate, che inzuppavano i loro sacchi a pelo e il materiale tecnico durante il riposo. Domenica 20 novembre, ore 7.00, la batteria di partenza è affollata, sta per cominciare l’ultratrail del Nepal. 230 sono i partecipanti provenienti da 35 nazioni, 60 dei quali – si verrà a sapere – molleranno prima di raggiungere la meta prefissata. Si scaldano le gambe, sale la tensione e poi via, partiti. I chilometri, come i giorni, passano tra sforzi e fatica, ma passano. Mentre alcuni rimangono indietro, qualcuno dà forfait, altri vanno avanti. «La vista è un incanto e correre sulla catena dell'Himalaya (dimora delle nevi, ndr), su antichi sentieri costruiti centinaia di anni fa dagli sherpa, gente umile e coraggiosa che affrontava il percorso duro e impervio per portare merce di scambio in altri paesi e vallate, ti fa sognare – ricorda un emozionato Raffaele Brattoli –. Gradinate infinite fatte di sasso e granito che salgono e scendono per centinaia e centinaia di chilometri, sulle quali ho seminato gocce di sudore cadute con sincronismo, lasciando a ogni passo il segno della mia marcia, ponti tibetani sospesi nell’aria che oscillano a centinaia di metri d’altezza, la veduta dell'Annapurna (dea dell'abbondanza, ndr), il monte sacro dei Nepalesi, all'ombra del maestoso Everest, (simbolo dell'unità e della vita, ndr): tutto questo è quello che il Nepal regala al mio occhio». Meraviglia esperita anche per i coinvolgenti transiti attraverso i piccoli villaggi, segnati dalla povertà e dai profumi caratteristici carichi di incenso, in cui a ogni passaggio la gente locale non lesinava incoraggiamenti, sorrisi e namaste. Così, le tante emozioni, che lo hanno accompagnato nel suo percorso, sembrano aver cancellato ogni stanchezza e solo quando il suo sguardo ha intravisto il traguardo, la consapevolezza di essere arrivato alla fine dell’ultima tappa è stata metabolizzata. «Vedo l’arrivo, sento la musica, il ritmo scandito dai tamburi, le grida della gente, il cuore che impazza e il sudore che scende inesorabile sulla fronte – rammenta –. Mi verso l'ultima acqua rimasta nella borraccia in testa per rinfrescarmi o forse per nascondere l'emozione che mi trasmettono questi ultimi passi e la fine di questa pazzesca e indimenticabile gara». Raffaele Brattoli vince ancora; non per il piazzamento bensì per essere riuscito a portare a termine la sua marcia e sconfiggere quell’insidiosa voce, che nasce e si propaga nel profondo e che ha martellato il suo cervello ripetendogli con petulanza di mollare. L’esperienza e la cocciutaggine non lo hanno fatto desistere. «Ringrazio in modo particolare il mio sponsor Orobianco (di Giacomo Valentini), che mi ha permesso di realizzare questa grande avventura, mettendomi a disposizione gran parte del materiale altamente tecnico usato nella loro produzione – conclude –. Namaste!».

Maurizio Zanoni

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