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Riflessioni a tema Expo, un bilancio sul senso di questi 6 mesi internazionali

Chi ha da mangiare e chi no. Chi ha i mezzi per crescere figli colti e chi cerca di arrivare a fine giornata. Luci e ombre sull’evento mondiale.

Chi non è stato ad Expo e chi non ne parla? E’ sicuramente l’argomento che salta sulle bocche della maggior parte di noi, da qualche mese e ora che sta per chiudere, ancora di più. Ma che senso ha avuto un evento di proporzioni mondiali? Ha suscitato riflessioni e pensieri nelle coscienze di chi l’ha visitato? Siamo andati a fare una gita o siamo andati per conoscere e confrontarci? Sicuramente l’impatto è forte, le costruzioni e l’innovazione rubano un po’ di spazio ai contenuti di ogni Stato, ma di certo già dalla maestosità o dalle semplicità di un padiglione si può capire il reale potere socioeconomico di quello Stato. I Paesi mediorientali hanno stupito per la bellezza e sontuosità dei lori padiglioni, i colossi russi, giapponesi, cinesi, hanno creato code interminabili. E la semplicità dei padiglioni africani, costruiti di quasi niente, così come la loro vita, la loro dieta e la loro economia? Emerge in maniera prorompente la differenza economica e socioculturale di ciascun paese, ci si rende conto di chi ha realmente da mangiare e chi no. Chi ha i mezzi per crescere figli colti evoluti e sani e chi purtroppo cerca di arrivare a fine giornata sfamando come può la propria famiglia.
Ognuno comunque, ogni paese, razza e popolazione ha qualcosa da dare, ha qualcosa di buono e bello che va valorizzato. Così se forse tutti acquistassimo i prodotti locali, aiuteremmo già quell’economia. Se le coltivazioni agricole non venissero sfruttate e chi lavora ancora peggio, ma venissero invece realmente valorizzate e pagate il giusto, allora potrebbero tutti avere pasti degni sulla loro tavola ogni giorno, e forse anche la malnutrizione potrebbe essere sconfitta. Forse servirebbe un passo indietro e ritornare a sistemi più semplici,e chi ha di più dovrebbe fermarsi nella corsa ad aiutare chi ha di meno, mettere a disposizione i propri mezzi, insegnare il suo progresso e farne un bene comune. Perché è di cibo, coltivazioni e agricoltura che stiamo parlando, tanto decantate in questi mesi ma purtroppo dimenticate, sfruttate all’osso e per niente pagate negli ultimi anni. Per fortuna parlandone si fa baccano e magari qualche giovane nonostante l’incertezza, le difficoltà decide di non lasciar morire il lavoro dei nonni di provare a continuare quel lavoro che storicamente è stato il primo a dare da mangiare a tutta la famiglia, a creare credito. E magari i giovani di oggi lo faranno anche rispettando la natura, perché cresciuti con la conoscenza e la consapevolezza di quanto siano limitate le risorse e quanto solo la terra possa darci tutto ciò di cui abbiamo bisogno e se la inquiniamo, uccidiamo anche noi stessi. Mi auguro bambini che se la ricordino non solo come una gita, ma come qualcosa di utile, magari anche solo il nome di un cibo o di una paese che prima non conoscevano. Il futuro è dietro l’angolo , ma per poter innovare davvero non bisogna buttare tutto ciò che è stato fin’ora, così come la cultura gastronomica locale. Se riscoprite le ricette della nonna, se le rivedete magari alleggerendole, usando ciò che ora c’è e non c’era prima, otterrete dei risultati incredibili, otterrete il progresso di una generazione che sa costruire sul passato, senza però distruggerlo. La storia degli scialatielli con cicoria e telline, potrebbero diventare il domani e non solo un ricordo povero e polveroso.