C'è vita in Europa ?

Fertilità e Natalità. L'opinione di Giancarlo Trigari

Il goffo intervento della Ministra della Salute Beatrice Lorenzin per promuovere la giornata della fertilità (Fertility Day, per una impronta di multilinguismo che ormai caratterizza tutte le iniziative del governo) ha toccato un nervo scoperto, scatenando una valanga di proteste. Il sito dell'evento, immediatamente sospeso, ha raccolto esclusivamente l'approvazione dei medici.

La spiegazione è semplice: tralasciando il merito dei contenuti proposti dalla Lorenzin, e non più disponibili per una valutazione, la fertilità, come capacità di procreare è un aspetto squisitamente medico. La fertilità come volontà di procreare può essere ostacolata da problemi che possono essere sia medici che sociali. Sarebbe opportuno mantenere sempre ben separati i due aspetti, dando a ciascuno l'importanza che realmente ha.

In termini sociali oggi il problema si chiama denatalità, si pone in Italia come in tutta l'Europa, e va visto in ottica europea, perché coinvolge un futuro che non è e non può essere quello di un'Italia chiusa nel suo guscio, ma soprattutto perché è utile analizzare come lo affrontano i paesi con cui siamo destinati a costruire il nostro e il loro futuro.

Nell'Unione Europea nel 2015 sono nati in totale circa 5 milioni di bambini con l'Italia che per la prima volta nella sua storia recente è scesa sotto le 500.000 nascite. Queste, in rapporto alla popolazione, segnano per l'Italia il valore più basso in assoluto di tutto il continente Europeo. I nati ogni mille abitanti in Italia nel 2015 sono stati 8, contro 10 di media nell'Unione Europea .

Non stupisce la circostanza che i valori più alti in Europa sono stati registrati nei paesi a maggioranza musulmana: Cossovo (17,4) e Azerbaijan (17,2) ben oltre il doppio che in Italia, seguiti a ruota dalla Turchia (16,9).

Nell'Unione Europea il valore più alto lo ha fatto segnare una nazione in prima linea da molti anni su questo fronte: l'Irlanda, con 14,2 nati ogni mille abitanti, seguita da Francia (12) e Regno Unito (11,9). Sempre nell'Unione Europea valori superiori alla media si registrano anche nei paesi del nord, con Svezia (11,7) Norvegia (11,4), Danimarca (10,2) e Finlandia (10,1); mentre nel sud Spagna (9) e perfino Grecia (8,5), con la sua pesante crisi economica, hanno fatto meglio dell'Italia, pur risultando sotto la media UE.

Ci avviamo a diventare il paese con la popolazione meno numerosa e più vecchia di tutta l'Europa,vista anche la nostra alta aspettativa di vita (83,2 anni nel 2014). Dobbiamo aspettarci entro pochi anni un paese di pensionati, in maggioranza sotto il livello di povertà, per la diminuzione del PIL dovuta alla diminuzione della forza lavoro, in cui è ben difficile che si affermi la creatività e l'innovazione, motori dello sviluppo economico nel prossimo futuro. Diventeremo un paese in declino forse solo in grado di mostrare al mondo le vestigia di un passato glorioso?

È forse un problema l'età a cui si sceglie di avere figli?

In tutta Europa in dieci anni la madre è passata da una media di 29 anni per la nascita del primo figlio, agli attuali 30,4. Cioè in tutta l'Europa la donna ha rinunciato a circa un anno e mezzo della sua finestra naturale di tempo per procreare, finestra che nel contempo si allarga sempre più in direzione opposta per effetto del benessere.

Anche su questo fronte l'Italia colleziona performance negative perché nel 2015 l'età per procreare ha superato la media europea di oltre un anno (31,5), risultando di poco inferiore ai valori più alti in assoluto di Svizzera e Spagna (31,8), Irlanda (31,6) e alla massima (32,2), che curiosamente, ma non troppo, appartiene al minuscolo Liechtenstein.

Se incrociamo questa statistica con quella del numero di nati, con l'Irlanda ai primi posti in entrambe, dobbiamo concludere che l'avanzare dell'età della madre è del tutto irrilevante ai fini della denatalità. Nell'Europa occidentale una sanità efficiente e diffusa, e come estrema ratio il progredire delle tecniche di procreazione assistita, se mai pone il problema di quanto incida negativamente l'avanzare dell'età dei genitori nell'affrontare i problemi pratici e psicologici posti dalla genitorialità. I genitori “anziani” hanno ancora l'energia psichica per allevare la prole o rischiano di diventare tutti emuli di quelli che, per distrazione, lasciano morire di caldo il figlio in un'auto?

Arriviamo a questo punto allo scottante tema di quanto incidano le condizioni economiche della famiglia e di quanto le famiglie siano supportate dallo stato. Quanto ha speso l'Italia (nel 2012) per la previdenza sociale della famiglia e dell'infanzia?

I numeri certificano l'ennesimo record negativo in questo campo.

Rispetto alla media dell'Unione Europea di 550 euro per abitante, noi ne abbiamo spesi 274, collocandoci al sedicesimo posto dopo nell'ordine: Lussemburgo (2.597), Norvegia (1.925), Danimarca (1.443), Irlanda (1.129), Svezia (1.122), Finlandia (1.011), Islanda (1.106), Regno Unito (971), Germania (951), Austria (906), Francia (700), Svizzera (676), Belgio (636), Olanda (357), Slovenia (306), e perfino Cipro (278).

A parte i paesi del dissolto mondo del socialismo reale dove una volta nella previdenza sociale erano concentrate quasi tutte le risorse, solo Spagna (259), Grecia (237) e Portogallo (174) hanno fatto peggio di noi.

Per concludere queste riflessioni è decisiva la statistica del numero di figli che ciascuna donna mette al mondo nell'arco della sua vita. Questa statistica nel 2014 indica che la donna francese è in Europa la più fertile in assoluto, avendo superato anche l'Irlanda che per molti anni è stata in testa a questa graduatoria, mettendo al mondo nel corso della sua esistenza una media di 2,01 figli, contro gli 1,37 della donna italiana, per un totale di 820.000 bébé.

La Francia è seguita a ruota appunto da Irlanda, Regno Unito e Svezia. I valori più bassi di fertilità, non molto peggiori del nostro, si riscontrano in Portogallo (1,23), Grecia (1,30), Cipro (1,31), Spagna e Polonia (1,32).

È stato calcolato che nei paesi occidentali il tasso di natalità necessario per conservare invariata la numerosità della popolazione è di 2,1, per cui anche la Francia non sembra potersi sottrarre al calo della sua popolazione.

Ma in Europa è proprio la Francia il paese da cui dobbiamo prendere esempio, copiandone le buone pratiche, per almeno due ragioni: non solo è il campione di fertilità in Europa, ma sicuramente è quello più vicino a noi per mentalità, la mentalità cosiddetta “latina”, contrapposta a quella “nordica” di altri paesi, dove si spendono anche più quattrini per supportare la famiglia e l'infanzia.

In Francia, per riconoscimento unanime il motivo principale del successo delle politiche di sostegno alla natalità è la notevole estensione dei servizi offerti alle famiglie. Si stima che in questo settore negli ultimi anni siano stati spesi in Francia oltre 80 miliardi di euro all'anno.

«L'altra ragione del successo della Francia va cercato nella libertà delle donne che, per la maggior parte, non vogliono rinunciare a lavorare quando diventano madri. Quindi l'80% delle Francesi con età tra i 25 e i 49 anni lavorano, senza riduzione del tasso di occupazione dopo il primo figlio. Non solo le donne vogliono lavorare ma le coppie hanno bisogno di due salari ... Benché restino ancora da fare dei progressi, in particolare per quanto riguarda gli asili nido, la conciliazione tra vita famigliare e vita professionale in Francia funziona. E mettere al mondo un figlio quando si è molto giovani non è malvisto contrariamente a quello che succede in altri paesi.» Questo è quanto riferisce un quotidiano francese di ispirazione cattolica.

Una sintesi dei servizi offerti dallo stato alle famiglie francesi la si trova in un simpatico libretto (solo 16 pagine), da cui abbiamo preso l'immagine di copertina, intitolato “L'opuscolo dei genitori”, scaricabile dal sito del Ministero della Famiglia, dell'Infanzia e dei Diritti delle Donne, dove la nostra Ministra della Salute forse potrebbe trarre qualche utile ispirazione.

(I dati sono di Eurostat: l'Istituto di Statistica della Comunità Europea)


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