Cronaca di una giornata dal sapore amaro

È l'alba e un gruppo di ragazzi si affolla al metrò di Famagosta. Occhiaie, cappucci delle felpe alzati e la fastidiosa aria umida delle mattine lombarde. Sono le 5.30 e 100 giovani partono in direzione Val di Susa. Altrettanti si muoveranno dal centro sociale Leoncavallo. Una ventina dal collettivo Baraonda di Segrate. E l'elenco si allunga, senza contare i “cani sciolti” con le loro auto e i compagni di viaggio trovati su Facebook. Direzione Chiomonte, piccolo centro dove lunedì 27 giugno le ruspe hanno distrutto il presidio No Tav per permettere l'inizio dei lavori dell'alta velocità, giusto in tempo per non perdere i finanziamenti dell'Ue (672 milioni su 22 miliardi). Da quel giorno, video su YouTube e appelli di Twitter hanno spinto ragazzi da tutta Italia a venire a Chiomonte e proteggere Val Susa «da un'opera inutile, pericolosa a livello sanitario e per le tasche degli italiani». Sono le 9 e tutta la Valle è un unico fermento. «La manifestazione nazionale è arrivata». Tre i concentramenti che avvolgeranno la centrale (l'insediamento del cantiere militarizzato). Da Exilles il corteo principale, aperto da Sindaci, mamme e bambini. Il secondo si muoverà direttamente da Chiomonte, cuore pulsante della protesta. Terzo serpentone da Giaglione, che sfilerà fino al primo blocco delle Forze dell'ordine. Da Milano, si sceglie il corteo principale con partenza da Exilles. Palloncini, bambini e famiglie la fanno da padrone. Ma non sono canti e slogan a dominare l'aria, bensì l'assordante rumore dell'elicottero militare sopra le teste dei manifestanti e lo stridente sbattere di pietre contro il guard rail della Statale. La riscossa dei No Tav inizia a farsi sentire. Dopo due ore di marcia, il corteo si divide in due tronconi: il primo procederà dritto fino al novello cantiere Tav, per concludersi con i discorsi, tra gli altri, dei Sindaci e di Beppe Grillo. Il secondo, non autorizzato, procederà verso la frazione di Ramat, inerpicandosi per il monte e circondando la centrale idroelettrica dall'alto. Scegliamo il corteo non autorizzato, risalendo tra ripidi viottoli e strette mulattiere. Con in mente i racconti partigiani dei nostri nonni, camminiamo silenziosi sotto il sole cocente, con le gambe graffiate da rami. Arrivati in cima al bosco di Ramat, sentiamo i primi spari. Come formiche impazzite, ci muoviamo verso lo strapiombo per capire cosa stia succedendo, ma una vampata di gas ci raggiunge e costringe chi ad allontanarsi, chi a indossare maschere o bandana. «Purtroppo, capiamo fin da subito cos'è accaduto». Ore 11.30. Dopo avere fatto sfilare la manifestazione “di mamme e bambini”, i poliziotti hanno iniziato a lanciare lacrimogeni sulla coda del corteo. Ore 12.30. Gli scontri si spostano nei boschi, dov'è guerriglia tra manifestanti e Forze dell'ordine. I fumogeni s'intrappolano nel sottobosco e rendono impossibile respirare non solo all'ala più estremista, ma per chiunque sia presente. Il giorno dopo, scopriremo sui giornali che i lacrimogeni utilizzati contenevano CS, arma chimica vietata nelle guerre internazionali perché cancerogena e capace di modificare la catena di dna degli intossicati. Ore 15: mi armo di casco e maschera antigas e scendo nella zona calda. «Potrebbero scambiarmi per un black bloc», penso. E mentre alle mie spalle tonfi di bombe carta riempiono l'aria, eccomi di fronte allo scudo dei poliziotti. Alzo lo sguardo: da sopra il cavalcavia, pietre e sputi arrivano ai manifestanti. Caschi, cappucci rialzati, fazzoletti sul volto e maschere antigas. Questa la tenuta d'ordinanza per sopportare la prima linea. Che i manifestanti usassero pietre e fionde, questo è vero. Ma che i poliziotti sparassero proiettili di gomma e lacrimogeni ad altezza uomo, è altrettanto vero. A un metro da me, una ragazza è colpita alla spalla. La tensione si fa alta. Il giorno dopo, scopriremo che in quelle stesse ore uno studente veneziano 19enne è stato colpito in volto e gravemente ferito dalla Polizia. Fabiano Di Berardino, della rete Global Project, a Repubblica Tv racconterà di essere stato trattato a calci e pugni in faccia, mentre era già sulla barella. «Dicevano “ti ammazziamo”, mi hanno rovesciato addosso dell'urina lasciandomi sotto il sole per tre ore». La Questura dichiarerà 188 feriti tra le Forze dell’ordine. Ore 16: sono passate sei ore dall'inizio degli scontri. Sei ore di cariche, lacrimogeni, bombe carta, attacchi, manganelli. L'azione dei manifestanti era stata annunciata: occupare l'area d'inizio cantieri. Ma una pioggia di fumogeni ha anticipato ogni mossa. La protesta continuerà fino alle 18. All'indomani della manifestazione, i lavori nel cantiere di Chiomonte ricominceranno. C'è chi grida che non è lecito passare con la forza sul no delle popolazioni che abitano accanto ai cantieri.   

Elisa Murgese

TUTTE LE IMMAGINI DELLA MANIFESTAZIONE

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