Chiare, fresche e dolci acque


Solo lo 0,3% dell’acqua dolce è disponibile per l’uomo, una piccola quota delle acque “rinnovabili”, di tipo pluviale, che riusciamo a riciclare. Ma i corpi dei 7 miliardi di abitanti del pianeta contengono oltre 300 miliardi di litri di acqua che dobbiamo periodicamente rimpiazzare. Le Nazioni Unite e l’OMS indicano in 50 litri al giorno la quota minima pro capite necessaria per una vita civile e in 5 litri la quota di sopravvivenza. In California se ne usano circa 4.000, in Italia oltre 150: siamo i primi in Europa e i terzi nel mondo, mentre più della metà della popolazione del pianeta vive al di sotto della quota minima e a volte sotto quella di sopravvivenza.
Veniamo ai risultati dei referendum: “no” alla gestione privata degli acquedotti e “no” a un profitto garantito per tali gestioni.
Oggi le tariffe le fanno Comuni e Province nel pubblico e i concessionari nel privato; tutti senza distinguere tra costi di distribuzione e della materia prima: il profitto va bene per la distribuzione, ma non per l’acqua in sé.
Dico la mia: l’acqua è sicuramente un bene universale e i maldestri tentativi di privatizzazione hanno generato speculazioni inaccettabili.
Il tema va approfondito: la separazione e la “regolazione” delle reti di distribuzione delle commodities in Italia è già avvenuta con successo per l’elettricità (Bersani) e il metano (Letta).
Così si potrebbe fare anche per l’acqua: una Autorità indipendente stabilisce un codice di rete, i requisiti minimi di qualità del servizio, un sistema tariffario incentivante per la distribuzione allo scopo di favorire investimenti ed efficienza, e un sistema di controlli. Inoltre, tariffe “sociali” per la materia prima e un piano nazionale “pubblico” di salvaguardia per sorgenti e bacini di raccolta. A questo punto, che la gestione degli acquedotti rimanga pubblica o sia data in concessione regolata ai privati non fa più molta differenza.

Michele Ronchi

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