La disoccupazione giovanile nel nostro Paese? In primo luogo, un problema di carattere formativo e culturale

Il giorno dopo: “in Italia mancano i laureati”. O ancora: “esistono centinaia di migliaia di posti per lavori che nessuno vuole fare”. Credo che il problema, prima ancora che sociologico o di politiche dell’occupazione, sia formativo e culturale. Perché accadono questi fenomeni? In quali paradigmi di pensiero si radicano? Perché, mi domando, il primo impiego dei nostri giovani in media è a 22 anni, mentre è tra i 15 e i 18 negli altri Paesi? Perché il lavoro e la fabbrica non sono considerati, nella nostra mentalità comune, una risorsa che a talune condizioni può essere preziosa per l’istruzione e la formazione delle nuove generazioni? Personalmente credo occorra investire sulle competenze, con il rilancio dell’apprendistato e della formazione professionale, nonché sull’implementazione e la pubblicità dei mezzi a disposizione per fare incontrare domanda e offerta di lavoro. Serve anche considerare la specificità dei territori, ponendo attenzione ai bisogni locali. A Milano, ad esempio, alcuni interventi hanno riguardato incentivi per i datori di lavoro che hanno proceduto alla trasformazione dei rapporti di lavoro a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato. Un nuovo modo di affrontare le avverse dinamiche economico-sociali: sapendo leggere le difficoltà del presente, si investono energie per superare difficoltà strutturali consapevoli che i vecchi modelli sono oramai inefficaci.

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