Pir: dopo una raccolta monstre arrivano i punti interrogativi

I “Piani individuali di risparmio” si avviavano a superare il muro dei 10 miliardi di euro. Il 2018 potrebbe rivelarsi l’anno decisivo per il boom dello strumento finanziario

La situazione economica dell’Italia non ha bloccato nel corso del 2017 l’ascesa di uno strumento finanziario di nuova immissione, che è di fatto è stato l’assoluto protagonista delle sottoscrizioni durante tutto l’anno. Il fenomeno dei Piani Individuali di Risparmio risale a 12 mesi orsono con la precedente Legge di Bilancio, ma i dati di raccolta del 2017 non possono considerarsi una chimera, ma rischiano anzi di essere ripetuti anche in seguito. A giustificare un rendimento così elevato dei PIR è stato senza dubbio la natura stessa di questo prodotto finanziario, studiata ad hoc per consentire un profitto al cliente, di puntare ad uno sgravio fiscale sul rendimento e sulla successione, ma anche di alimentare il sistema delle realtà produttive nazionali di dimensioni piccole e medie.

Un dato definitivo sulla raccolta complessiva dei PIR per tutto il 2017 non è tuttora pervenuto, ma le ultime stime erano più che incoraggianti. Assogestioni ha infatti confermato che le stime del Ministero delle Finanze erano state ampiamente superate e che i PIR si avviavano a raccogliere anche più di 10 miliardi di euro. Questo scenario è ulteriormente migliorato nell’ultimo trimestre, come dimostrano i dati parziali de Il Sole 24 Ore: 5 tra i principali attori in materia di Piani Individuali di Risparmio, ossia Banca Mediolanum, Amundi, Arca Fondi, Anima, Ubi e Lyxor, hanno raccolto oltre 2 miliardi di euro. Il bilancio è andato anche ben oltre le aspettative del Governo e punta a rimpinguarsi ulteriormente nel 2018, come conferma il vice-direttore generale di Intermonte Guglielmo Manetti: «I Pir sono proposti dai promotori come piani di accumulo, per questo l’ammontare raccolto nel 2017 può essere confermato anche nel 2018». Altro discrimine che favorirà il successo dell’iniziativa è la sicura permanenza dei vecchi sottoscrittori, che in caso di annullamento o estinzione del contatto perderebbero tutti i benefici fiscali maturati. 

Se però dati e numeri danno ragione a chi ha immesso questo prodotto finanziario sul mercato, però, il contraltare è dato da alcuni dubbi: costi, offerta limitata sul mercato, effettivo impatto sulla micro-economia, fiducia e rischi sono solo alcune delle voci che alimentano lo scetticismo di alcuni consulenti finanziari. In fase di sottoscrizione spesso accade che il cliente non è ben cosciente della mole di costi legati all’ingresso stesso, al rendimento e alla gestione del Piano e rischia di veder prosciugare tutti i vantaggi legati allo sgravio fiscale. Dall’altra parte, però, a fronte di una domanda di azioni legate ai PIR molto importante, il numero delle aziende non cresce alla stessa velocità, anche a causa della scarsa fiducia che le PMI rivolgono a questi strumenti e ad investitori esterni. Il rischio resta quindi che i prezzi salgano in maniera vertiginosa, a cui si aggiunge quello legato alla mancata diversificazione di un portafoglio che per beneficiare dello sgravio fiscale deve essere incentrato sulle aziende del territorio nazionale.
Il 2017 è stato l’anno dei PIR, dalla commercializzazione alla grande raccolta, ma il 2018 sarà l’anno decisivo: questo strumento dovrà ora alimentare la crescita delle Piccole e Media Imprese, continuando al contempo a mantenere alta la fiducia dei risparmiatori e puntando ad abbassare i rischi sottesi ad una mancanza di diversificazione.
Redazione Web

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