Intervista a Giulio Andreotti, apparsa su 7giorni nel 2006

In seguito alla scomparsa dell'On. Giulio Andreotti, ripubblichiamo una sua intervista in due parti apparsa su 7giorni nell'anno 2006 nei numeri 17 e 18 (la prima parte datata 29 giugno, la seconda 13 luglio) a firma Antonio Salvatore Falletta.


Prima parte:
Dalla sua ultima fatica letteraria al ritiro delle truppe italiane dall’Iraq, passando attraverso il bipolarismo e lo scandalo “Calciopoli”. Sono svariati i temi affrontati nel corso del nostro “faccia a faccia” con il senatore a vita Giulio Andreotti.
“1949. L’anno del Patto Atlantico”. Il titolo dice già tutto, ma vogliamo comunque tracciare le linee generali dell’ultimo volume da Lei scritto?
«Si tratta di un diario che fa seguito a quelli relativi agli anni precedenti, il 1947 e il 1948, in particolare, con i quali presenta una forte connessione. Il 1947 rappresenta infatti una svolta per quanto concerne il Governo, senza socialisti né comunisti e, con il 1948 si ha proprio la nostra rivincita, ovvero la conferma della maggioranza priva di quegli schieramenti politici. Il 1949 completa questa costruzione post-bellica con l’adesione italiana al Patto Atlantico, un patto difficile, specie per il mondo cattolico, che nutriva un atteggiamento ostile al riguardo, visto il suo carattere militare».
Al di là dell’importanza, a livello storico, di quegli anni, cosa L’ha spinta ad approfondire quel periodo?
«E’ stata soprattutto l’idea relativa al fatto che il vero significato e, quindi, che cosa fosse stato e che cosa abbia rappresentato il Patto Atlantico, non sia poi così chiara, nemmeno nella mente di qualche storico. Un patto che, leggendo le pagine del ’49, può essere comunque posto in maniera positiva.
Ma ho anche messo in relazione tutto questo con un aspetto di attualità, ovvero il rapporto tra America ed Europa».
Senatore, Lei non ha mai rinunciato a coniugare la passione per la scrittura alla vita politica. C’è un’opera, in particolare, alla quale si sente, per così dire, “più affezionato” rispetto alle numerose da Lei scritte?
«Da questo punto di vista sarò sempre grato a Leo Longanesi, con il quale strinsi amicizia e che mi consigliò, sin dai giorni seguenti la liberazione di Roma, di prendere nota quotidianamente degli eventi politici del periodo. Lo stesso mi disegnò la copertina di “Concerto a sei voci”, opera di cui intendiamo fare una riedizione».
Voltiamo pagina e parliamo della questione del ritiro delle truppe italiane dall’Iraq, che, negli ultimi tempi, sta animando il mondo politico. Qual è la sua opinione in merito?
«Come ho già ribadito in Parlamento, io non avrei partecipato in quanto a presenza militare. E’ vero anche che non c’ è una motivazione chiara alla base di questa guerra, ma tale punto interrogativo non può essere superato senza una risposta. Si è comunque posto come termine di ritiro delle nostre truppe dall’Iraq il 2006, giungendo ad una sorta di coincidenza tra centro-destra e centro-sinistra».
Perché il ritorno, visto che doveva essere una missione di pace?
«Avrebbe dovuto esserlo, certo. Ma occorre tenere anche conto del fatto che una popolazione così complessa come quella irachena, suddivisa in tre ceppi, non può essere pronta a riconoscere in una popolazione straniera una messaggerea di pace. Lo stesso Saddam Hussein, per rifarci ad un esempio legato al recente passato, sarebbe rimasto al suo posto se non avesse occupato il Kuwait»
Per quanto riguarda invece lo scandalo che ha colpito i Savoia?
«Può darsi che se nel 1946 fosse stata scelta la monarchia, il re non avrebbe iniziato a frequentare certe “brutte compagnie”…»

Seconda parte:
Personaggi del panorama politico: Silvio Berlusconi e Romano Prodi.
«Le ritengo due figure molto convinte nella loro personalità ed entrambi risultano strettamente connessi ad un partito, aspetto, questo, che potrebbe indurli a compiere qualche errore».
Come valuta invece l’ex presidente della Repubblica Ciampi e l’attuale Napolitano?
«Per quanto concerne Giorgio Napolitano, sono convinto che, se la campagna elettorale non fosse stata così ampia ed il turno di votazioni tanto vasto, anche il centro-destra avrebbe espresso il suo voto a favore dell’attuale presidente, che ritengo essere stata un’ottima scelta.
Carlo Azeglio Ciampi avrebbe potuto essere rieletto, ma, come noto, non ne ha voluto sapere, figurando tra i pochi Capi dello Stato (l’altro è Francesco Cossiga), a scegliere di non venire più votati».
Veniamo a parlare di politica in senso stretto: il bipolarismo è possibile in Italia, a Suo parere?
«Personalmente lo ritengo un errore, in quanto non corrispondente al carattere degli italiani. Il sistema proporzionale risulta invece molto più adatto, anche sotto il profilo culturale e sociale. Tuttavia rimane questa sorta di “infatuazione” per i due poli, nonostante al loro interno non sembri esserci molta compattezza….».
Come vede, invece, il possibile ritorno della Democrazia Cristiana?
«Lo considero e lo vedo alquanto difficile».
Il senatore Marco Follini e Bruno Tabacci hanno recentemente ufficializzato la nascita dei cosiddetti circoli “dell’Italia di mezzo”. Come giudica la volontà di dare vita al “Terzo Polo” misto?
«Giudico tutte queste iniziative, in particolare quella messa in piedi da Scotti per quanto riguarda il “Terzo Polo”, come disegni piuttosto astratti, almeno sino a quando non si torni al sistema proporzionale».
Quali specifici aspetti del mondo politico dei Suoi “esordi” rimpiange maggiormente rispetto all’attualità?
«Anche se ci sono aspetti che giudico migliori ed altri peggiori, rispetto al passato, non mi è mai piaciuto assumere il ruolo di “maestro”, né il voler dare le pagelle…».
Lasciamo per un attimo la politica per passare al caso “Calciopoli”. Come vede tutti questi scandali che stanno coinvolgendo lo sport più amato dagli italiani?
«Li osservo con molta amarezza, soprattutto per l’impressione che potrebbero suscitare nelle giovani generazioni. Credo che l’aspetto peggiore, al di là dei condizionamenti sui giudici di gara, che già di per sé rappresentano comunque un fatto molto grave, sia da legare al ruolo che in poco tempo le società calcistiche sono venute ad assumere: i costi si sono alzati, arrivando persino a trasformarle in società per azioni. Insomma, il mondo del calcio si è ingigantito a dismisura, trasformandosi in un “artificio”».
Infine una domanda strettamente personale: ha un “sogno nel cassetto”?
«Non ho particolari sogni da svelare. Alcuni affermano che il mio armadio potrebbe contenere scheletri, ma in realtà non ho mai voluto lavorare come becchino…»
Antonio Salvatore Falletta

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