Un'invenzione incredibile. Una fantastica storia di amore tra padre e figlio

Riccardo Prodam (nella foto, col padre) è un giovane ingegnere torinese che ha inventato uno strumento in grado di cambiare la vita di molte persone colpite da ictus e delle loro famiglie. Si tratta di una sorta di casco senza fili, battezzato con il nome di “DreamBrain”, grazie cui le persone colpite da ictus possono tornare, in qualche modo, ad esprimere i loro bisogni primari, attraverso la ricezione dei loro impulsi nervosi, captati direttamente dal cervello.

Questi impulsi vengono trasmessi a un computer che ne interpreta il significato.

Bancario di giorno e inventore di notte, Riccardo Prodam, classe 1979, ha talento da vendere, tanto da avere destato l’attenzione di parecchi media nazionali. 

Vediamo cosa ci ha raccontato a proposito della sua utilissima invenzione. 

 

Ci racconta com’è nata l’idea di questa innovazione?

 

L’idea è nata da un’esigenza personale. Mio padre è stato colpito da ictus nel dicembre 2009. Da allora, non riusciva più a comunicare. Ho pensato che questo strumento sarebbe stata l’unica occasione perché papà tornasse di nuovo ad esprimersi. Infatti, avendo riportato un danno anche al nervo ottico, era impossibile utilizzare l’altro strumento inventato, l’Eye Tracking, che interpreta il movimento degli occhi.

 

Come funziona questo strumento?

 

Il “DreamBrain” è uno strumento matematico che legge il pensiero tramite la decodifica delle onde elettroencefalografiche. Il funzionamento è il seguente. Il logopedista che segue la persona malata, individua quali sono i bisogni primari del paziente. Successivamente, si allena il modello matematico che abbiamo creato e si vede sullo schermo la probabilità del pensiero a cui in quel momento la persona sta pensando. 

 

Com’è riuscito a realizzarlo, a livello tecnico?

 

Sono partito dallo studio di alcune pubblicazioni di tipo sia matematico-ingegneristico, sia medico. In questi “papers” ho trovato l’idea che ha generato il casco. I progetti, però, erano piuttosto datati ma, grazie alla tecnologia di oggi, siamo riusciti a superare le imperfezioni. Io e il mio gruppo di ricerca, abbiamo iniziato a lavorare a questo progetto a partire da gennaio 2010. Dopo sei mesi era già pronto il prototipo. Così abbiamo partecipato a un concorso promosso dal Politecnico di Torino e siamo arrivati a un modello più completo. 

 

Perché chiamarla “DreamBrain”?

 

“Dream” – sogno, mi riconduce alla possibilità di poter tornare a comunicare con papà. Lui, come tutti noi, pensa e, quindi, mi sono chiesto, perché non prendere le informazioni direttamente dal suo cervello, visto che non riusciva più a esprimersi attraverso la parola? E ce l’abbiamo fatta. 

 

Chi sono i possibili fruitori di questa invenzione?

 

Prima di tutto i malati. In un secondo momento, si potrebbe pensare anche a realizzare un modello meno articolato che potrebbe avere un uso civile, qualcosa che ci potrebbe avvicinare al mondo fantascientifico di Matrix. 

 

È già stato contattato da qualche organo nazionale del campo medico?

 

Attualmente, il “DreamBrain” è in fase di brevetto. Però, sia chiaro: non ho intenzione di svenderlo in alcun modo. Mi sono già state offerte cifre altissime per venderlo ad aziende di videogiochi e quant’altro. Io voglio che prima di tutto questo strumento sia validato a livello bio-medicale, in modo che, al termine della sperimentazione, possa essere utilizzato come strumento di riabilitazione medica. Vorrei che diventasse un ausilio per i malati, come lo è stato per mio padre. Voglio che altre persone come papà possano utilizzarlo per tornare a comunicare. 

 

Progetti futuri?

 

Stiamo progettando una seconda versione del “DreamBrain”, che si chiamerà “DreamWord”. Si tratta di uno strumento che darà una totale libertà di parola. Ma c’è di più. L’idea è quella di permettere ai malati, che magari sono inchiodati a letto da anni, di indossare questo casco e essere catapultati in una realtà virtuale che consenta loro di farsi una passeggiata insieme a un familiare e tornare a comunicare con lui. So che sembra qualcosa di fantascientifico, ma credo che sarebbe un’invenzione splendida. 

 

Un’ultima curiosità. Come ha fatto ad arrivare a farsi intervistare da testate nazionali come il Tg5 o da un colosso delle innovazioni come Wired?

 

È stata una casualità. Dopo che ho vinto il concorso “Startup” al Politecnico di Torino, ho avuto l’accesso al concorso nazionale di Palermo. Lì, avevamo l’occasione di fare provare alla gente comune la nostra innovazione. Proprio in quell’occasione è passato Riccardo Luna, l’allora editore di Wired, insieme al direttore generale della RAI e all’Amministratore Delegato di Telecom. Luna ha provato il “BrainDream” ed è rimasto colpito dalla mia invenzione. Da lì a poco ho ottenuto la copertina su Wired, e i primi servizi dei giornalisti scientifici. Finchè un giorno sono stato contattato da Cristina Parodi che mi ha chiesto di farmi un’intervista. Io ho acconsentito, a patto che lei, durante l’intervista, provasse il casco. E così è stato. 

Sicuramente ha contribuito a farmi conoscere, l’originalità e la forza di questo progetto.

 

Nel complimentarci con l’Ingegner Prodam per questa utile invenzione, invitiamo tutti i lettori interessati a collegarsi al link http://www.youtube.com/watch?v=D6lZ4PUaUyA per avere ulteriori informazioni sul “DreamBrain”. 
 

Susanna Tosti

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