L’ordinanza della giunta peschierese apre un dibattito all’interno della comunità islamica, giusto o sbagliato?

A fronte di queste scelte politiche, si deve capire qual è la posizione del mondo arabo rispetto al copricapo integrale. Da un lato ci sono coloro che vedono nel burqa un simbolo di sottomissione femminile, dall'altro ci sono loro, le donne velate, convinte del loro velo e decise a non farselo togliere da una legge. «Non si può imporre il burqa, che dev'essere frutto di una scelta della donna; se mio marito mi chiedesse di metterlo, non avrei problemi a indossarlo, perché lo farei per lui, e per seguire la voce di Dio», racconta Engi, figlia quindicenne di Osama Sayed, Presidente dell'Associazione Araba Badr di Peschiera. La stessa ottica è attraversata dal Presidente dell'Associazione Araba Sabil di San Giuliano: «Il burqa è un modo per avvicinarsi a Dio - racconta Shahat Mokhtar, il Presidente - è una scelta della donna, mentre è solo pubblicità che il burqa sia mai stato imposto». Eppure è innegabile che in Afghanistan, il regime dei Talebani, negli anni '70, abbia imposto il burqa, come racconta Deborah Callegari Hasanagic, italiana trentenne convertita all'Islam: «Il burqa è una tradizione pre-islamica dei paesi afghani, ma i talebani dell'Afghanistan non hanno nulla a che fare con l'Islam, la loro è un interpretazione maschilista del Corano. Per combattere queste ritorsioni contro la donna, esiste il femminismo islamico, che si combatte a colpi di Corano, per far capire come nel Corano non vi sia maschilismo. La sottomissione della donna non c’entra nulla con l'Islam: l'Islam è vita!». Deborah (scrittrice del libro La mia fuga verso l’Islam, Editrice Nuovi Autori 2008), è la responsabile di una petizione inviata in Parlamento, per bloccare il progetto di legge anti-burqa: «temo che dal vietare il burqa, si passi a vietare il velo, che per me è simbolo di sottomissione, ma non al mio uomo, bensì a Dio». Uno strumento per sentirsi più vicine a Dio, e non una sottomissione verso il marito: «vorrei mettere il niqab (velo che copre il volto lasciando scoperti soltanto gli occhi, ndr), ma qui in Italia non posso, sarebbe come fare una battaglia ogni giorno. Se vivessi in Bosnia, la terra di mio marito, lo indosserei», conclude Deborah. Ma non tutti sono così tolleranti nei confronti del velo integrale. Favorevole al decreto legge dell’onorevole Sbai, Camille Eid - giornalista e scrittore libanese impegnato da anni in questioni arabe e islamiche - vede nel burqa e nel niqab «un segno di asservimento della donna, come negazione dei suoi diritti fondamentali, non solo all’istruzione e al lavoro, ma anche a coltivare rapporti umani». Qualunque sia la posizione, dunque, un concetto emerge chiaro: la sottomissione della donna e la privazione di libertà, non rientrano nell'Islam, ma nella sua deformazione.

Elisa Murgese

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