Paralimpiadi: da San Donato a Londra (e ritorno)

Secondo l'istruttirce atletica Manuela Dei Cas, occorrono più investimenti nella cultura e nelle strutture per la disabilità.

È ancora possibile vivere lo sport come un valore e una disciplina che addestrino alla vita, allo spirito di gruppo, a una competitività sana e priva di invidie, di piccinerie egoistiche? Se certe cronache sportive riferiscono di accordi sottobanco poco puliti e se lo stile di vita di alcuni calciatori pare più adatto alle copertine patinate dei rotocalchi, anziché alla fatica dei campi di gioco, una lezione di segno opposto proviene dalla XIV Paralimpiade, svoltasi a Londra tra la fine di agosto e i primi nove giorni di settembre. Michela Dei Cas, 28 anni, istruttrice atletica di San Donato, vi ha preso parte in qualità di assistente tecnico. In Italia, a Saronno, Michela segue un gruppo di 17 ragazzi ciechi e ipovedenti (tra i 10 e i 18 anni d’età) che si allenano nell’atletica leggera; una di loro, Antonella Inga, è campionessa italiana 2011 e 2012 nei 100 e 200 metri. Proprio sul campo di gara e di allenamento, la competenza di Michela è stata notata dagli osservatori della Fispes – la Federazione italiana sport paralimpici e sperimentali –, che le hanno proposto di partecipare all’avventura oltremanica per essere di supporto a tre giovani atlete con disabilità alla vista. Le abbiamo chiesto se, in un contesto così internazionale, ha notato modi diversi di affrontare la disabilità. «La differenza – risponde Michela – è soprattutto culturale. Dalla cerimonia di apertura alla cerimonia di chiusura, i Giochi parilmpici sono stati ravvivati da una partecipazione di pubblico e di volontari che forse non ha eguali neanche alle Olimpiadi, diciamo così, ufficiali». L’esperienza della nostra istruttrice testimonia una ben precisa necessità: lo sport paralimpico ha bisogno di fiducia e di segnali di apertura molto concreti, poiché ne va di una qualità del vivere civile che coinvolge tutti, non solo i disabili e le loro famiglie. «Occorrono investimenti, politiche culturali, educazione a tutti i livelli scolastici – puntualizza Michela Dei Cas – come abitualmente accade per valorizzare i talenti di ogni persona. I risultati sportivi sono d’altra parte eccezionali, sia sul cronometrico sia sulle misure, tanto più se si tiene presente che i sacrifici individuali, in termini ad esempio di ginnastica posturale, sono superiori a quelli richiesti ai normodotati». Londra, vogliamo sperare, non è così lontana, pregiudizi e omissioni possono ancora essere cancellati: è lo spirito originario dello sport a ricordarcelo.

Andrea Sartori

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