Carlo Borromeo: storia dell’arcivescovo di Milano, Santo Patrono di Peschiera

Una vita di virtù e di humilitas per il Cardinale festeggiato il 4 novembre.

Carlo Borromeo nasce, secondogenito, ad Arona il 2 ottobre 1538 da Giberto e Margherita Medici. Il 25 dicembre 1559 il cardinale milanese Giovan Angelo Medici, fratello della madre di Carlo, viene eletto al soglio petrino con il nome di Pio IV. Il nuovo Papa invita subito a Roma i nipoti Carlo e Federico: qui i due fratelli vivono nello sfarzo della corte pontificia. I mesi successivi segnano le carriere dei due giovani: Carlo a fine gennaio 1560 viene creato Cardinale, mentre nei mesi successivi viene stipulato il contratto di matrimonio tra Federico e Virginia della Rovere, figlia del duca di Urbino. Entrambi ricevono incarichi importanti e prestigiosi con ricchissime rendite e prebende. Pochi anni dopo, nel novembre del ’62, Federico muore improvvisamente lasciando vedova e senza figli la moglie diciottenne e senza eredi la casata. Moltissime furono le insistenze perché Carlo, non ancora ordinato sacerdote, sposasse la cognata e abbandonasse la carriera ecclesiastica per mandare avanti gli affari di famiglia. Ma proprio la caducità della vita dimostrata dalla morte prematura del fratello, già avviato ad una vita che oggi diremmo “di successo”, inducono Carlo ad un radicale cambio di vita. Gli anni 1562 e 63 ne segnarono profondamente la maturazione religiosa; in preda ad una tormentata crisi si impegnò senza risparmiarsi a ricercare la perfezione. Iniziò a digiunare a pane e acqua (secondo il costume dell’epoca) e a dedicare ampi momenti della giornata alla preghiera e alla meditazione. Impose tagli drastici alle spese di casa liberandosi di domestici e famigliari. In questo biennio si hanno l’ordinazione sacerdotale e l’elevazione al rango vescovile come arcivescovo di Milano. Siamo negli anni finali del Concilio di Trento e nel solco delle riforme da esso scaturite. Il Borromeo comprende che il bene della Chiesa gli impone di lasciare Roma e la corte dello zio Papa per occuparsi attivamente e in prima persona della sua Diocesi. Immensa e priva di vescovo residente da più di ottant’anni, la sede vescovile che fu di Sant’Ambrogio si estendeva anche alla Svizzera, al Veneto e alla Liguria. Vi erano oltre 700 parrocchie, più di 5.000 sacerdoti e oltre 3.500 religiose; i costumi del clero, rimasto senza Pastore per tanti decenni, erano degenerati a livelli estremi. Carlo non esitò a cedere prebende e rendite e a vendere beni e arredi pur di avere risorse per soccorrere indigenti e fondare seminari ed edifici sacri. In questo seguì letteralmente il motto che si era dato (che ancor oggi campeggia nello stemma di Peschiera): humilitas, umiltà. Nel suo episcopato, che durò dal 1565 al 1584, non si risparmiò, dedicando al popolo affidatogli tutto il tempo e le energie di cui disponeva. Visitò in lungo e in largo tutta la diocesi impartendo ai parroci istruzioni, anche minuziose, su come rendere degne del Signore chiese e cappelle, spesso senza tetto o pavimento e aperte ai quattro venti. Indirizzò il suo zelo anche verso conventi, abbazie e ordini religiosi nei quali volle riportare la regola e la disciplina. Tale azione non mancò di sollevare feroci polemiche e proteste che sfociarono anche in reazioni violente. Tra queste l’attentato a colpi d’archibugio da parte di un appartenente all’ordine degli Umiliati. Il colpo ravvicinato sparato alla schiena mentre pregava non produsse alcuna ferita e venne subito indicato dai contemporanei come marca di santità. San Carlo compare ne “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni nei capitoli in cui si riferisce della mortifera peste che colpì Milano negli anni 1576-77. Il Vescovo, di fronte al fuggi fuggi delle autorità civili che sfollarono in luoghi più salubri, non volle abbandonare il gregge e si prodigò per soccorrere i malati e garantire condizioni di vita migliori agli scampati. Si spense la notte del 3 novembre 1584 a 46 anni indebolito, nel fisico, dal suo instancabile zelo di Pastore. A chi lo assisteva nei giorni di agonia e lo invitava ad “allentare” la sua austerità disse: “La candela per far luce deve consumarsi”. Proprio questa luce, a più di quattrocento anni dalla sua morte, si spera possa rischiarare la vita spirituale di ciascuno, specie ora che il legame con questo nostro arcivescovo è sottolineato dalla sua scelta come patrono di Peschiera Borromeo.

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