Le tasse? Prendiamole come uno scherzo di Carnevale

«Ho provato a pagare le tasse con un sorriso, ma loro volevano i soldi»

È un mondo di tasse, questo è evidente. Dal primo all'ultimo giorno delle nostre piccole vite, la parola d'ordine è sempre quella: pagare. Il numero di imposte presenti in ciascun ordinamento fiscale è praticamente impossibile da calcolare. Del resto, anche lo stesso legislatore spesso va in confusione nel crearle. La certezza è che le tasse sono una manifestazione tangibile del più perfetto e totale consenso delle masse: tutti, infatti, le odiano. Dal poveraccio al milionario, nessuno escluso.
A volte ci si chiede chi sia stato l'inventore delle tasse. Altre volte, per dare un senso al dispiacere, ci impregniamo di auto moralismo e ripetiamo che sono indispensabili. In realtà spesso ci appaiono perfettamente inutili, soprattutto in quei paesi (ad esempio il nostro) dove i soldi dei cittadini finiscono di frequente nei tombini.  Ma il cruccio che non ci molla mai nella nostra vita di contribuenti (o evasori) fiscali è: ci sono delle tasse giuste? Egoisticamente e superficialmente parlando, la risposta è no. Con un pizzico di ragionevolezza, però, si può pensare che le imposte legittime siano quelle sul reddito: un individuo guadagna, e in maniera proporzionale al guadagno elargisce allo Stato, che si occupa di fornire ai suoi cittadini i servizi e l'assistenza necessaria nelle varie questioni della vita quotidiana. Fin qui, niente di scorretto.
Ma l'esperienza di tutti i giorni tende a contraddire sfacciatamente questa versione. A essere tassato non è soltanto il reddito, ma anche il consumo, cioè paradossalmente la spesa. Compri un prodotto da 100 euro: ne devi sborsare 123, perchè c'è l'I.V.A. da versare. E chi se ne frega del principio di proporzionalità dell'imposizione fiscale, che pure è sbandierato in tutte le Costituzioni che si rispettino: se un disoccupato e un magnate comprano lo stesso chilogrammo di pane, l'I.V.A. è uguale per entrambi.
Per alcuni oggetti, poi, interviene pure la tassa sulla proprietà. Il solo fatto di possedere qualcosa - abitazione, automobile, televisore - comporta il versamento annuale di un'imposta. In sostanza, il ciclo perverso del consumatore-contribuente è questo: lavora per garantirsi un reddito e paga le tasse sul reddito che percepisce. Con quello che rimane compra delle cose e paga la tassa sulle cose che compra. Diventa proprietario di ciò che ha comprato e ci paga ogni anno una tassa per il solo fatto di esserne proprietario. A pensarci bene, c'è da andare fuori di testa.  Forse l'unico rimedio è prendere il tutto come se fosse uno scherzo. Ma attenzione a non esagerare. Il fisco non ha un gran senso dell'ironia. Come diceva Woody Allen in una sua vecchia battuta: ho provato a pagare le tasse con un sorriso, ma loro volevano i soldi.

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