La sinistra moderata, tranne la Schlein, condanna per circostanza ma non chiarisce: dietro le violenze del 25 aprile c'è complicità?
Bandiere ucraine strappate, la Brigata Ebraica cacciata, un professore ottantenne allontanato. Perché la bandiera ucraina dà fastidio alla sinistra antagonista?
Il prof. Tino Ferrari a cui è stato vietato di partecipare alla manifestazione con la bandiera dell'Ucraina
C'è una domanda semplice, diretta, che nessuno sembra voler fare alla sinistra italiana. Eccola: cosa c'è di diverso tra un partigiano italiano che nel 1944 imbracciava un fucile per cacciare i nazisti dal suo paese e un soldato ucraino che nel 2026 imbraccia un fucile per cacciare i russi dal suo? La risposta onesta è: niente. Eppure le bandiere ucraine vengono strappate, calpestate e incendiate nei cortei del 25 aprile. Da chi? Da quelli che si definiscono i custodi della memoria della Resistenza. E con la complicità silenziosa di chi potrebbe fermarli e non lo fa.
Tino Ferrari: un professore umiliato per una bandiera
Prima di parlare di politica, bisogna parlare di Tino Ferrari. Ex professore di Scienze della comunicazione dell'Università di Bologna, classe 1944, si è presentato al corteo del 25 aprile con tre bandiere su un'unica asta: quella italiana, quella europea e quella ucraina. Stava camminando verso piazza dell'Unità, diretto alla lapide dei caduti, quando alle 10 è partito il corteo degli antagonisti e lì è stato bloccato. Le parole che si è sentito rivolgere sono inequivocabili: «Via le tre bandiere dell'Ucraina, dell'Unione europea e dell'Italia, via la macchina fotografica oppure sparisci».
«C'erano ragazzi molto giovani, mi ha fatto specie essere trattato così. Sono rimasto un po' impressionato e attonito. Ho avuto una sensazione brutta», ha raccontato lui stesso. «Una grande tristezza. Il 25 Aprile è dedicato anche agli ucraini, perché si trovano nella stessa situazione dei partigiani nella Resistenza», ha aggiunto. L'episodio è stato filmato ed è diventato virale. Un uomo di classe 1944, con il fazzolettone tricolore partigiano al collo, allontanato in malo modo a Bologna, città medaglia d'oro per la Resistenza.
Perché la bandiera ucraina dà fastidio alla sinistra antagonista
Per capire quello che è successo ieri nelle piazze italiane bisogna capire da dove viene l'ostilità di certi ambienti verso l'Ucraina. Non è un capriccio. È una posizione ideologica con radici precise: il cosiddetto «campismo». La visione del mondo secondo cui esistono due campi contrapposti — l'Occidente imperialista da un lato, chi vi si oppone dall'altro — e la sinistra deve stare automaticamente con il secondo, qualunque cosa faccia.
È una posizione che affonda le radici nei decenni in cui l'Unione Sovietica era il punto di riferimento del movimento comunista italiano. Quella visione del mondo non è mai stata davvero abbandonata. Si è semplicemente aggiornata: al posto dell'URSS c'è la Russia di Putin, al posto della lotta di classe c'è l'anti-americanismo, al posto dell'internazionalismo proletario c'è la retorica anti-NATO. Quando la Russia ha invaso l'Ucraina nel febbraio 2022, il ragionamento è stato automatico: gli Stati Uniti e la NATO sostengono Kiev, quindi Kiev è il campo sbagliato. L'Ucraina non è una nazione aggredita che resiste — è un «fantoccio» dell'Occidente. Portare la sua bandiera significa schierarsi con il nemico.
Il paradosso è clamoroso: questa stessa sinistra che celebra la Resistenza italiana contro un invasore straniero non riesce a riconoscere la Resistenza ucraina contro un invasore straniero. Perché nel primo caso l'invasore erano i nazisti, nel secondo caso l'invasore è la Russia, e la Russia conserva nell'immaginario di certi ambienti un'aura di legittimità che le viene dall'eredità sovietica.
L'ANPI e la condanna che non è mai stata davvero tale
L'ANPI ha formalmente condannato l'invasione russa fin dal 24 febbraio 2022. Ma quella condanna è sempre arrivata accompagnata da una serie di «però» che ne svuotavano il significato.
Due giorni prima dell'invasione, l'ANPI aveva già scritto che l'allargamento della NATO ad est era «vissuto legittimamente da Mosca come una crescente minaccia» — una lettura che di fatto giustificava le ragioni del Cremlino prima ancora che i carri armati russi entrassero in Ucraina. Dopo la strage di Bucha, quando le responsabilità russe erano già ampiamente documentate da giornalisti e osservatori indipendenti di tutto il mondo, l'ANPI ha chiesto una commissione d'inchiesta internazionale «per appurare cosa davvero è avvenuto, perché è avvenuto, chi sono i responsabili». Una posizione che la rivista di sinistra Micromega ha definito senza mezzi termini «oscena».
E il presidente Gianfranco Pagliarulo? Nel 2015, dai suoi post Facebook, difendeva Putin e definiva il governo di Kiev «regime nazistoide», contestando l'«annessione illegale» della Crimea come una fake news e attribuendo la colpa dell'abbattimento del volo MH17 a Kiev anziché alla Russia. Quegli stessi post sono stati riscoperti dopo la sua rielezione alla presidenza ANPI nel 2022, e Pagliarulo si è limitato a rispondere: «Non sono putiniano, sono antifascista».
Ieri, scottato dalle polemiche, ha detto che «la bandiera ucraina va bene, ci può stare». Una frase giusta, che arriva con quattro anni di ritardo e zero spiegazioni su tutto quello che è stato detto prima. E che non ha impedito a Pagliarulo di aggiungere, nello stesso respiro, che tra gli aggressori ci sarebbero anche «Israele e gli Stati Uniti d'America». Definire gli Stati Uniti «aggressori» il 25 aprile significa cancellare quello che gli americani hanno fatto per liberare l'Italia: circa 90.000 soldati americani morti, sepolti in 42 cimiteri da Udine a Siracusa. Tredici caduti americani per ogni partigiano caduto. Dire che la loro bandiera «non c'entra» è un insulto alla storia.
La sinistra istituzionale che condanna per circostanza
Alcune voci della sinistra hanno avuto il coraggio di parlare chiaro: il sindaco di Bologna Matteo Lepore, il presidente della Regione Michele de Pascale, la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno. Condanne nette, arrivate tempestivamente. Va loro riconosciuto.
Ma la segretaria del PD Elly Schlein? Quest'anno ha scelto di non andare al corteo di Milano — una prima volta che pesa, visto che negli anni scorsi era sempre presente con fazzoletto rosso e striscione. Ha optato per la cerimonia istituzionale di Sant'Anna di Stazzema, dove ha parlato di antifascismo in astratto senza spendere una sola parola sulla Brigata Ebraica cacciata dal corteo, su Tino Ferrari allontanato a Bologna, sulle bandiere ucraine strappate a Roma. Silenzio totale. Calcolato, evidentemente. Perché i movimenti antagonisti e una parte dell'ANPI controllano una fetta di consenso che non si vuole perdere. Meglio una condanna generica dell'antifascismo che una condanna specifica di chi, in nome dell'antifascismo, ha cacciato gli ebrei dal corteo della Liberazione.
È questa la complicità di cui parliamo. Non quella di chi urla slogan o strappa bandiere. Quella più sottile, più pericolosa, di chi sa, vede, e tace.
Restituiamo il 25 aprile a chi lo merita
I partigiani italiani hanno combattuto venti mesi pagando un prezzo altissimo. Gli ucraini combattono da oltre quattro anni contro un esercito che bombarda ospedali, deporta bambini e dispone di armi nucleari. Resistono esattamente come resistevano i partigiani, con meno mezzi, contro un nemico più forte, per difendere la propria terra. Qualcuno vuole spiegare in cosa questo sacrificio sia meno degno?
Tino Ferrari, classe 1944, allontanato con le parole «via le bandiere oppure sparisci», merita delle scuse. La Brigata Ebraica, cacciata mentre qualcuno le urlava insulti che rimandano ai forni crematori, merita delle scuse. I 90.000 soldati americani sepolti nel nostro paese meritano rispetto, non di essere chiamati «aggressori» nel giorno in cui si celebra la loro memoria.
La libertà non appartiene a chi urla più forte. Appartiene a chi ha il coraggio di difenderla anche quando fa scomodo.
Giulio Carnevale
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