Case di comunità, è guerra di numeri tra Regione Lombardia e PD: tra accuse di inefficienza e difese a colpi di percentuali

Secondo il PD in Lombardia funziona solo il 4% delle strutture previste, mentre la Regione rivendica oltre il 65% di Case di Comunità già attive. Ma al di là dello scontro politico, a rimetterci rischiano di essere i cittadini. Serve più collaborazione e meno propaganda.

Il consigliere regionale Carlo Borghetti, e il capogruppo Pierfrancesco Majorino

Il consigliere regionale Carlo Borghetti, e il capogruppo Pierfrancesco Majorino

Milano, 14 luglio 2025. In Lombardia, le Case di Comunità – fulcro del nuovo modello di sanità territoriale previsto dal PNRR – sono diventate il terreno di un aspro scontro politico. Da una parte il Partito Democratico attacca con dati raccolti tramite 140 accessi agli atti, parlando di «fallimento della giunta Fontana» e denunciando l’assenza o la carenza dei servizi previsti in quasi tutte le strutture. Dall’altra, Regione Lombardia risponde rivendicando un risultato solido: 142 Case di Comunità già attive su 216, pari a oltre il 65% del totale previsto.

Il punto di vista del Partito Democratico

Il PD lombardo, con il capogruppo Pierfrancesco Majorino e il consigliere Carlo Borghetti, ha presentato una propria “operazione verità”, basata su mesi di analisi e accessi agli atti. Il quadro emerso, secondo la loro ricostruzione, è impietoso: solo 8 Case di Comunità – pari al 4% – sarebbero oggi pienamente operative secondo quanto richiesto dal decreto ministeriale 77 del 2022. Il 34% non avrebbe nemmeno aperto i battenti, mentre il resto funzionerebbe solo parzialmente.

Nel dettaglio, secondo i dati diffusi dal PD:

  • il 90% delle strutture non ha la copertura prevista di medici di medicina generale e infermieri;
  • l 40% non ha affatto i medici di base, che dovrebbero essere presenti h24, 7 giorni su 7;
  • nel 45% mancano i servizi diagnostici;
  • il 31% è privo dell’integrazione con i servizi sociali;
  • nel 30% non è attivo il punto prelievi.

«La situazione è disastrosa – ha detto Majorino – solo il 4% delle Case di Comunità ha i requisiti a posto. Il resto o è sulla carta o funziona a singhiozzo. È necessaria una riprogettazione totale per garantire una medicina territoriale davvero vicina ai cittadini lombardi». Dello stesso avviso Carlo Borghetti: «La Regione non rispetterà la scadenza del giugno 2026. Le strutture aperte spesso sono solo formalmente attive, ma nei fatti offrono servizi minimi, magari per poche ore alla settimana. È uno scarto inaccettabile tra promesse e realtà».

La replica di Regione Lombardia

Regione Lombardia, attraverso la Direzione Generale Welfare, ha prontamente replicato bollando come «strumentali» le accuse del PD, e sottolineando l’avanzamento concreto del progetto. Secondo i dati aggiornati a giugno 2025, 142 delle 216 Case di Comunità sono già attive. «Una strategia di attivazione progressiva – si legge nella nota ufficiale – permette di mettere subito a disposizione dei cittadini i servizi essenziali, anche prima del completamento delle opere infrastrutturali o del raggiungimento della piena operatività h24».

Nel dettaglio, la Regione rivendica:
Punto Unico di Accesso attivo nel 98,5% delle strutture realizzate con fondi POR;

  • Servizi infermieristici nel 94,8%;
  • Assistenza domiciliare integrata nel 96,3%;
  • Integrazione con i servizi sociali nel 96,3%;
  • Coinvolgimento della comunità garantito nel 97%;
  • Punto prelievi attivo nel 68,1%;
  • Servizi diagnostici presenti nel 75,6%.

«L’approccio adottato – chiarisce la nota – consente di erogare gradualmente i servizi, senza attendere che ogni struttura raggiunga il massimo standard previsto. Parlare di fallimento è fuorviante e ignora il lavoro concreto che si sta portando avanti sui territori».

Due narrazioni inconciliabili?

Da un lato, quindi, il PD contesta non tanto il numero di strutture “aperte”, ma l’effettiva presenza dei servizi richiesti. Dall’altro, la Regione sottolinea come l’apertura progressiva risponda proprio all’urgenza di rendere subito disponibili i servizi principali, pur in attesa del completamento totale.

Ma oltre ai dati – su cui evidentemente le due parti hanno metriche e letture diverse – ciò che emerge è un clima da eterna campagna elettorale. Un duello verbale che ricorda più i litigi dell’asilo «Mariuccia» che un confronto responsabile sul futuro della sanità pubblica lombarda. In mezzo, i cittadini, che attendono risposte concrete, non percentuali contrapposte.

Serve una sanità territoriale davvero condivisa

La missione delle Case di Comunità – avvicinare la medicina al territorio, integrare sociale e sanitario, alleggerire i pronto soccorso – è troppo importante per essere usata come clava politica. Gli obiettivi del PNRR sono ambiziosi, ma anche a rischio: se le risorse non vengono impiegate in tempo e secondo criteri precisi, rischiano di andare perse.

Non servono accuse reciproche, ma una collaborazione tra forze politiche, istituzioni locali e operatori sanitari. Non c’è una “versione” migliore: ci sono pazienti, medici, infermieri e cittadini che hanno bisogno di strutture operative, aperte davvero e capaci di dare risposte concrete.

Giulio Carnevale