C’è una nuova forza lavoro che si aggira: i pensionati

Oramai si vive quasi assuefatti dalle notizie e i media non fanno altro che riproporci la crisi globale in tutte le salse, con dibattiti accesi, manifestazioni e trasmissioni con politici che se andassero in Parlamento con la stessa costanza e continuità con cui si propongono ogni sera nei salotti televisivi, risulterebbero ai nostri occhi già più efficienti.
Ma mai come guardarsi intorno rende realmente idea di come sia palpabile il malessere di un notevole numero di persone e di famiglie. Senza scomodare i casi limite di povertà (assurdo che esistano anche questi in un paese civile), si può gettare uno sguardo al ceto medio, in poche parole l’artigiano o l’impiegato. Sicuramente una delle fasce più colpita da questa recessione e crisi economica è quella che comprende i nostri anziani e i nostri pensionati. Ecco che, dopo anni di sacrificio che hanno permesso al nostro bel paese di sedere al tavolo dei più potenti della Terra, dopo una guerra che aveva lasciato l’Italia in condizioni disperate, anni di duro lavoro, di risparmio, di boom economici, grazie all’inventiva e alle capacità ma soprattutto al sacrificio di quelli che erano la forza lavoro dell’Italia, oggi come viene loro valutata questa riconoscenza? Con pensioni al limite della decenza. Questa è la realtà.
Sono migliaia i pensionati che si vedono quasi privati della loro dignità, costretti non a vivere, ma in certi casi a dover sopravvivere con le pensioni da fame che purtroppo ricevono dal servizio previdenziale. Forse è anche per questo motivo che nell’ultimo periodo, sfogliando numerosi quotidiani e annunci di lavoro ci si imbatte in una nuova forza lavoro: i pensionati. Si rimettono in gioco e si ripropongono nel mercato del lavoro, anch’esso purtroppo arrivato al limite della sua efficienza e correttezza.
Basti pensare alla precarietà, all’impiego di personale straniero non qualificato e soprattutto sottopagato, che non fa altro che distruggere il sistema delle retribuzioni, con tutta la loro esperienza ma anche le loro difficoltà. 
Il fenomeno è preoccupante, se pensiamo al fatto che un tempo si pensava ad arrivare sani e salvi alla pensione. Questa rappresentava un traguardo per ogni lavoratore, ma probabilmente anche questa sicurezza sta con il tempo andando a scemare. Forse gli interventi statali fino ad oggi attuati non hanno realmente capito quale è uno dei problemi fondamentali, le pensioni oggi non bastano, è normale che la gente si rimbocchi le maniche e ritorni a lavorare, ma questo non deve passare come normalità.
Bisognerebbe affrontare  la questione delle pensioni minime o comunque basse in modo serio e non proponendo soluzioni affrettate, irrisorie e di consenso, ma che siano efficaci nel tempo e che vadano realmente a migliorare le condizioni di vita dei nostri anziani.
Ovviamente il problema non si limita alle sole pensioni, ma più in generale agli stipendi, che oramai non bastano più a coprire quelli che fino a poco tempo fa, prima dell’avvento dell’euro, della globalizzazione diffusa che ha rovinato i mercati, il ‘made in Italy’ ed il commercio in genere, rappresentavano i bisogni primari. Sono oramai troppe le persone che ogni giorno devono fare i tripli salti mortali per arrivare, se gli va bene alla fine del mese. Ma non siamo al circo. Bisogna ricordarsi che la civiltà di un paese si nota anche per come questo si prende cura delle classi più deboli e dei soggetti più indifesi. Bambini e anziani, per l’appunto.

Tanti modi di inquadrare un unico problema

L’esigenza di lavorare: una noia o una necessità?

C’è un solo modo di dimenticare il tempo: impiegarlo”.
(Charles Baudelaire) 

Chiedendo in giro qua e là, ci si imbatte sempre nello stesso problema: i soldi non bastano mai. E non bastano mai soprattutto a quelli che devono vivere con pensioni ridotte al limite: si parla di circa 400-500 euro al mese.
La domanda è spontanea: come si fa? “Si deve rinunciare a tutto”- dice una signora incontrata al mercato di Bettola il sabato mattina, mentre aspetta il proprio turno in fila dal fruttivendolo, e un po’ scocciata, ci mostra la sua spesa settimanale. Con pochi euro ha dovuto prendere il minimo necessario: due mele, quattro pere, qualche patata e cipolle, un piccolo cavolfiore. “In fondo non parlo neanche di cose superflue, ma anche la carne io ultimamente la compro proprio poco”, ribadisce.
Leggendo gli annunci, si possono trovare parecchie inserzioni di pensionati in cerca di lavoro, a volte si propongono per mansioni e lavori di ufficio come la contabilità, oppure come magazzinieri, ma anche per piccoli lavori di casa, come idraulici e elettricisti o come factotum. Dalle interviste raccolte, il movente che fa scattare la domanda di lavoro è definito da un rapporto che si può sintetizzare con un 50 e 50 tra noia e necessità. Molti, infatti, alla domanda del perché riproporsi e ricominciare a lavorare hanno risposto che, avendo parecchio tempo libero e annoiati dal passare troppo tempo in casa, cercano un lavoro che li impegni, magari solo qualche mattina durante la settimana oppure un part-time.
Sinceramente è difficile credere a tutti coloro che hanno risposto “noia” come fattore predominante; magari bisognerebbe mettere in considerazione la questione dell’orgoglio e della dignità. Forse ci si vergogna nel dover ammettere di aver bisogno di lavorare perché non ce la si fa, perché non si arriva alla fine del mese. “Soprattutto per necessità, per la spesa giornaliera, per poter fare qualche regalino ai nipotini e a volte anche per aiutare i figli che stanno peggio”, dichiara un’inserzionista. “Io ho un figlio che vive ancora in casa con me e mio marito, è un precario, ha 34 anni, ma a mala pena riesce a mantenersi, quindi mio marito sta cercando lavoretti per arrotondare un po’, per pagare le bollette”. “Sono preoccupata per i giovani”, prosegue, “loro la pensione se la scordino proprio; anche se sono due soldi non sono più sicuri neanche quelli. Ho la sensazione che mio figlio la pensione non la vedrà mai”.
Certo, la noia può essere comunque un fattore determinante. Molti pensionati non si sentono per niente anziani, e soprattutto oggi un sessantenne, con l’allungamento della prospettiva di vita e il suo conseguente miglioramento di qualità, si sente ancora nel pieno delle sue capacità psico-fisiche, ha ancora tanta energia e vuole utilizzare le sue capacità ed esperienze acquisite negli anni ancora per molto tempo. Ed è giusto che sia così.
“Sto aiutando mio figlio a pagare la macchina”, rivela un signore di 68 anni. “Ho fatto il magazziniere per 31 anni e oggi cerco di dare una mano alla mia famiglia perché la pensione non basta più”. “Ho già lavorato in una ditta di trasporti, ma dopo poco tempo sono andato via perché l’ambiente di lavoro non era sicuro”, dice  il signor S..
“La pensione non basta”, dichiara la signora Leonilde Mattioli, 81 anni, da sempre casalinga, con un accento lodigiano molto stretto. “Non credo che molti pensionati scelgano e vadano a lavorare per noia, ma sicuramente perché hanno bisogno o perchè sono costretti. Non tutti hanno i figli vicini come nel mio caso, che si prendono cura di me. Molti sono abbandonati dai loro cari”. “La solitudine è brutta”, dice la signora Mattioli. “Ne ho visti di anziani che hanno solo l’affetto comprato delle badanti. Con la lira io riuscivo anche a mettere via qualche soldino, ma con l’euro e tutti gli aumenti non più. Ma io ho i figli vicini, per fortuna”.
Ascoltando le testimonianza di diversi pensionati, ci si rende conto di quanto il disagio sia trasversale e tocchi un po’ tutti, non solo gli anziani ma anche i loro figli e nipoti. Insomma, in questo sembra proprio regnare il principio dell’uguaglianza: ebbene sì, disagio per tutti.
 

Rania Ibrahim

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