Il Pd, una realtà ancora da capire

Il modus operandi del Pd doveva essere quello di amalgamare e unire persone diverse, persone che fanno politica da tempo con chi alla politica si avvicina, confrontarsi parlando lingue diverse, mutuate dalla propria esperienza. Perché il Pd ha deluso le aspettative che aveva suscitato? Perché ha perso voti invece di allargare i consensi? Uno dei motivi, secondo me, è che dopo aver lavorato per una partecipazione popolare alle primarie ed averne ottenuto una risposta incredibile, con quasi quattro milioni di persone, non si è riusciti a creare un’organizzazione plurale ed aperta, in grado di coinvolgerli. Il problema non è dovuto a una revisione dell’ispirazione originaria fondativa del partito, ma è dovuto al fatto che non si è riusciti a collocare il partito su basi solide. Il Pd nasce dalla fusione a freddo dei partiti e della società civile, perché le realtà politiche del secolo scorso non erano più in grado di dare risposte soddisfacenti ai mutati bisogni della società italiana. Se questo è vero, le primarie, con il suo risultato finale, dovranno affermare se il Pd è finalmente nato o se esso è soltanto un’alchimia elettorale.
Segni di allontanamento dal progetto se ne colgono numerosi: le affermazioni di numerosi e qualificati esponenti del Partito Democratico prefigurano che a seconda di chi vinca possano nascere o adesioni a partiti esistenti o nuove formazioni politiche. Nell’interesse del Pd, ma anche nell’interesse dell’Italia, per rafforzare il bipolarismo e non il bipartitismo, serve che il Pd riesca a tenere insieme le sue componenti, aggregando nel contempo la società civile, composta da chi si è allontanato dalla politica con chi comincia oggi a fare politica, operando di fatto un cambio della classe dirigente. Solo se nascerà un partito con queste caratteristiche, che sappia unire invece che dividere, che sappia fare sintesi delle posizioni diverse al suo interno, che sappia aprirsi agli altri partiti non per fare una combine elettorale ma su basi programmatiche, allora si potrà dire che la transizione è terminata e si potrà guardare con nuove prospettive verso il futuro, sia esso nazionale, regionale o locale.

“Ciò che è dietro di noi e ciò che è davanti a noi è poco rispetto a ciò che è dentro di noi” - R. W. Emerson

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