Orti di Rogoredo a rischio per furti e degrado

I contadini di Rogoredo lamentano l'abbandono da parte del Comune

In modo sempre più evidente, la smisurata cementificazione e la vita frenetica della città provocano nel mondo occidentale un nauseante malessere, un senso di infelicità e incompiutezza più o meno latente. Alcuni studi hanno dimostrato che questo diffuso disagio può derivare dalla disconnessione e dallo straniamento che l’uomo moderno ha attuato sempre più massicciamente nei confronti dell’ambiente che lo circonda; appare sempre più chiaro, infatti, come chiunque non possa fare a meno di un collegamento vitale con la natura e il nostro pianeta. Forse proprio per questa esigenza di creare nelle nostre grandi città piccoli spazi in cui respirare l’atmosfera tipica delle campagne, capita sempre più spesso d’imbattersi, specialmente nelle periferie, in alcuni orti, talvolta di proprietà comunale, in cui si ritrovano antichi sapori e si recupera il valore della terra e del nobile lavoro nei campi.

Lungo la tangenziale est di Milano, all’altezza di via Rogoredo, buttando un occhio a destra si possono vedere circa 200 orti, in questa stagione primaverile fioriti e ricoperti da vivaci colori.
Incontro Aldo, Claudio e Rodolfo, tre uomini legati a Rogoredo perché hanno vissuto, o vivono tutt’ora, in questo quartiere alla periferia di Milano e oggi uniti dall’essersi riscoperti contadini, lavorando gli appezzamenti di terra di questa zona. Aldo ha il suo orto, in cui affianca alle colture tradizionali anche alcune più curiose come lo zafferano, il melograno e vanta un gingko biloba, albero antichissimo; inoltre, da circa un anno si prende cura dell’orto di un amico momentaneamente assente. Claudio e Rodolfo ne dividono uno di grandi dimensioni, con frutta e verdura di ogni tipo: vi hanno costruito addirittura una piccola serra e un casotto, con tanto di pergolato, sotto cui stare al fresco nelle afose giornate estive.

Inizia Aldo, raccontandomi la storia degli orti di via Feltrinelli: «Un tempo, questa striscia di terra apparteneva al canale navigabile. Gli orti sono antichissimi, si trovano qui da oltre un secolo! Bisogna considerare che non esisteva neanche via Feltrinelli; vi si accedeva da via Monte Piana, in passato strada chiusa, che sboccava proprio su di essi. Infatti, quando è stata costruita la strada, gli orti sono stati spostati più a est, verso la tangenziale.
«Vi è poi una striscia di terra nuova, che parte dall’attuale sede del tiro con l’arco e prosegue lungo il terreno pieno di collinette di terra di riporto, terra che è stata spostata lì dopo i lavori di costruzione di Santa Giulia, limitrofo quartiere che occupa gli spazi che una volta furono degli stabilimenti chimici Montecatini Edison (abbreviato Montedison) e delle Acciaierie Redaelli».

Il problema qui non è tanto l’inquinamento, di cui si è parlato con le inchieste di Santa Giulia, –  a riprova del fatto, i tre ortolani mi mostrano un vicino canale dall’acqua limpida pieno di pesci e gamberi – bensì i continui furti e il totale abbandono in cui versa la zona.
«Questa è diventata una “zona di frontiera” – denuncia Aldo –, siamo tormentati dai furti. Inizialmente venivano rubati solo oggetti di ottone e rame, come il cavo della luce della tangenziale che è stato rubato nelle scorse settimane, ma adesso sparisce tutto ciò che può essere riciclato e rivenduto: oggetti di metallo, tombini, pali di ferro, griglie, recinzioni che usiamo per fare i divisori tra gli orti. È inutile barricarsi, conosciamo colleghi che spendono un capitale in lucchetti che puntualmente vengono spezzati; ad uno di loro è stato rubato persino un pesante cancello di ferro!»
«Quando questi appezzamenti appartenevano a contadini che subaffittavano la terra c’erano delle regole, si riusciva a contenere il disagio; ora che sono in mano al Comune di Milano, e non abbiamo più neanche un affitto da pagare, siamo abbandonati a noi stessi. È chiaro che non chiediamo di avere una guardia giorno e notte, ma perlomeno un appoggio, un minimo controllo da parte dell’autorità. Io stesso ho sorpreso degli zingari che rubavano un pezzo di guard rail, ma non posso certo bloccarli, intervenire da solo e mettermi in pericolo!
«Trovo che sia giusto denunciare, da cittadino, questi avvenimenti – continua – affinchè qualcuno si muova per prevenire il degrado di questo quartiere storico».
«Quello che siamo riusciti a evitare – interviene Rodolfo – è lo spaccio. Questa zona era nota per essere frequentata da tossici e spacciatori; da quando ci siamo noi, anche solo per la nostra presenza, naturalmente evitano di venire qui».

In questo brutto periodo che gli orti di Rogoredo stanno attraversando, i tre ortolani ci tengono a sottolineare l’impegno e la buona volontà che hanno impiegato per bonificare un terreno in cui fino all’anno scorso erano presenti accampamenti rom, diventato una discarica a cielo aperto, in cui venivano accatastate camionate di macerie, gomme di automezzi, eternit e olio esausto.
Una vergogna per un quartiere come Rogoredo che, come spiega Claudio, «ha sempre avuto la cultura dell’orto».

Più attenzione da parte delle autorità, dunque, per salvaguardare quello che non è solo un passatempo o un piacevole svago; l’orto stimola le persone, spesso anziani pensionati, all’attività mentale e manuale, invita a uno stile di vita sano e all’aria aperta, insegna a conoscere i segnali della natura e promuove la socializzazione e la convivialità.
«È un momento di ritrovo – spiega Claudio –; la vita nell’orto aiuta a creare rapporti tra persone e buone amicizie. Sicuramente è un modo più costruttivo di passare il tempo rispetto a guardare tutto il giorno la tv o stare in un bar».
«È un bellissimo mondo a parte – aggiunge Rodolfo –. Ormai non si lavora l’orto tanto in funzione del prodotto, per il bisogno di mangiare ma soprattutto per stare in compagnia, per creare quei gruppi che ormai non ci sono più».
L’impegno costante che richiede anche il più piccolo orto viene però ripagato da un senso di compiutezza e da una soddisfazione che solo mangiare il frutto del tuo lavoro può dare: mettere in tavola i prodotti della terra genuini e freschi da noi stessi seminati, visti crescere con pazienza e raccolti, è indubbiamente una delle azioni più gratificanti che il vorticoso e inquieto uomo di oggi possa compiere.


Francesca Tedeschi

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