Quando Roma fu presa d'assalto dai black block. La testimonianza di un giovane 18enne che ha assistito agli scontri

Roma, ostaggio dei Black Block. È passato ancora troppo poco tempo affinché la ferita che l’imponente Roma, capitale indiscussa di splendore storico monumentale, casa prediletta di un cinema di altri tempi, ha immeritatamente subito, si rimargini. Sfregiata, marchiata, umiliata da quelle frange violente, che le hanno deturpato il volto. Quelle schiere di maschere e cappucci neri, seguaci della violenza più contorta, che si sono infiltrati tra la gente perbene e hanno messo a ferro e fuoco i quartieri della città.

Abbiamo trovato chi ha vissuto in prima persona quei tremendi istanti. Ecco la testimonianza di Daniel, un giovanissimo studente di 18 anni, residente a Ceranova, che quel giorno c’era e ha visto.

Mi ritrovo sulla banchina della metro di un sabato autunnale qualunque, con uno zainetto carico di panini e speranze. Tiro un sospiro e salgo sulla rampa; la solita rampa prima di ogni manifestazione. Si, già lo so, sarà la solita solfa pacifica, il solito aggroviglio di belle parole, applausi, balli, canti e cori. D'altronde si sa, in Italia si riduce tutto a un teatrino platealmente composto da una casta che da uno spettacolo nauseante, e da un pubblico che fischia, si indigna, ma non vede di tornare a casa per bere una bella birra davanti al Grande Fratello, e come per magia dimenticarsi tutto.

L'ultimo gradino è quello decisivo, per poco non ci rimetto una caviglia per lo stupore. La gente si è rivoltata per le strade, come se qualcuno avesse preso tutti i palazzi di Roma e li avessi scossi e rovesciati. Mi passa accanto un Pannella abbastanza impacciato che cerca di uscire dalla folla. Una folla varia, c'è chi cerca di sputargli, chi tenta solamente di liberarsi dal peso di insultarlo o chi decide solamente di ignorarlo come se fosse un povero vecchiotto in cerca di attenzioni. Una folla immensa. Studenti, sindacati, lavoratori, precari, disoccupati, bambini, pensionati, madri; tutti uniti sotto la stessa bandiera d'indignazione, una colorata bandiera che tende a ricordare che il potere del popolo sarà sempre più forte degli uomini di potere. Una bandiera linda di libertà e partecipazione. Mastico controvoglia i miei panini e si parte, ma capisco subito che tira un'aria strana.

Tutto d'un tratto mi trovo circondato da scure presenze. Si assomigliano tra loro, la maggioranza veste con un giacchetto stretto nero e dei blue jeans, al collo portano una sciarpa che copre naso e bocca. Tutti tranne un paio, hanno in testa grossi caschi neri. Incuriosito allora continuo a guardami attorno. I più classici brandiscono tra le mani dei bastoni, spranghe o sanpietrini. I più fantasiosi decidono di portare pali stradali, mazzette o picconi; uno addirittura ha il vanto di impugnare una mazza chiodata. I più cattivi portano negli zaini delle bombe-carta esplosive; mentre i più prudenti si sono attrezzati con acqua, limone e malox contro probabili lacrimogeni.

La cosa che mi colpisce di più è che chi capeggia e impartisce ordini a queste frange violente, sono quasi ed esclusivamente sempre donne, ragazze, forse madri disperate. Chissà. Il seguito lo sapete, il meno lo lascio all'immaginazione. Le due auto incendiate in Via Cavour, a due passi dai Fori Imperiali, sono solo l'inizio di una vera e propria guerra, che inizia con il graffiarmi il volto. Da li in poi le automobili iniziano a saltare in aria come fossero fuochi d'artificio, la gente inizia a delirare, urlare e malmenarsi, proprio sotto la stessa bandiera. Le banche vengono distrutte e incendiate sotto l'impotenza dei manifestanti, chi prova ad opporsi o a fare foto viene mirato e gonfiato di botte sotto i miei occhi. Decido di mantenere la calma e vengo aiutato da una cinquantina di indignados che inizia a caricare e allontanare i black block appellati "fascisti", che impauriti scappano da cinquantenni cassintegrati.

So come agire, sarà pur pericoloso ma decido di stare accanto ai black block per osservarli. Salta una Bnl, un Unicredit, un McDonald. Viene distrutta la Manpower di Via Labicana, saltano gli uffici del Ministero degli Interni, sotto gli applausi della gran parte degli astanti. Cassonetti, pali stradali ed ogni cosa che si trovi sulle strade, prende vita; mi guardo intorno e non vedo una cosa al posto giusto. Dopo due ore e mezza arrivano una sessantina dal reparto celere romano, lì capisco che è il caso che mi ritiri in seconda fila. Lì capisco che è tutto il contrario dell'apparenza. I black block non sono venuti né per caso e né per sfizio di sfogarsi, qualcuno per motivazioni auspicabili ce li ha mandati. Iniziano a volare massi, bombe-carta, fumogeni, petardi e lacrimogeni. Lacrimogeni sulla folla. Trovo una bambina che passava di lì con la nonna: entrambe a terra presi da una crisi d'asma.

I lacrimogeni sono devastanti. Dopo una decina di questi, accuso il colpo e mi accascio a un angolo anche io, decido di risparmiarmi gli idranti e osservo. Guardie contro black block. E i cittadini indignati? Come se fossero dimenticati dietro all'estintore volante de "Er Pelliccia".Mi ritrovo a Roma, la città eterna, sulla banchina della metro di sabato 15 ottobre 2011, con uno zainetto carico di vergogna e rassegnazione.


Redazione web

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