Perchè la violenza?

Ma perché la violenza c'è anche in chi non è stato represso né è stato vittima a sua volta di atti violenti? Che mezzi abbiamo per rendere tabù la violenza, la tortura, le guerre?

L'opinione di Giancarlo Trigari

Ma perché la violenza c'è anche in chi non è stato represso né è stato vittima a sua volta di atti violenti? Che mezzi abbiamo per rendere tabù la violenza, la tortura, le guerre?

Questo interrogativo introduce una riflessione che ha impegnato le menti più illuminate in tutti i tempi.

Il punto di partenza è l'osservazione che la violenza nell'uomo è ancestrale.

La nostra specie si è imposta con la violenza su gli altri esseri viventi e finora è riuscita a conservare il predominio perché ha messo la violenza al servizio dell'intelligenza. Anche oggi in tutti i contesti naturali si sopravvive solo con la violenza. L'umanità per sopravvivere ogni giorno uccide un gran numero di esseri viventi di specie inferiori.

Nella psiche umana, in cui coesistono due pulsioni, una volta alla conservazione della vita e l'altra alla morte, secondo le scoperte di Sigmund Freud (1856 - 1939), la violenza può essere finalizzata all'una o all'altra pulsione, senza che ciò sia così immediato come si potrebbe pensare. Per esempio se uccido un nemico prima che lo faccia lui, sto utilizzando la violenza al servizio della conservazione della mia vita. Nel disturbo psichico la violenza viene frequentemente rivolta contro sé stessi e asservita alla pulsione di morte, spinta nei nostri giorni anche da tutte le distorsioni della “società dell'apparire” per cui un “mi piace” può valere più di una vita.

Se la violenza è ancestrale, la differenza nei singoli individui è il grado in cui ciascuno riesce a controllare la propria propensione alla violenza. Il controllo viene anche esercitato dal progredire della civiltà, che mette in campo sempre più efficacemente la potenza di molti, attraverso le istituzioni democratiche, contro la violenza del singolo.

Le stesse dinamiche individuali Freud le aveva rilevate nei comportamenti delle masse, dove la massa può funzionare da moltiplicatore nell'esplosione della violenza e rendere gli strumenti di controllo meno efficaci.

Quanto il dibattito su questi concetti sia costantemente presente nelle culture di tutte le epoche lo dimostra uno opuscolo dovuto a due personalità geniali, proprio a cavallo delle due guerre mondiali.

Nel 1931 la Società delle Nazioni, sostituita dopo la seconda guerra mondiale dalla Organizzazione delle Nazioni Unite, promosse ed organizzò un dibattito epistolare tra gli esponenti più prestigiosi nel mondo della cultura dell'epoca, su temi di interesse universale.

La prima persona interpellata per questo progetto fu Albert Einstein (1879 - 1955), che chiese di dialogare con Freud. Il carteggio tra i due fu pubblicato dalla Società delle Nazioni a Parigi nel 1933 come opuscolo in lingua tedesca, inglese e francese. La sua circolazione fu vietata in Germania, che in quell'anno abbandonò la Società delle Nazioni.

Freud immaginava una discussione sui temi della relatività, ma inaspettatamente il quesito di partenza che Einstein pose fu: «C'è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?»

Per questo l'opuscolo fu pubblicato con il titolo: “Perché la guerra?

Secondo Einstein: «... col progredire della scienza moderna, rispondere a questa domanda è divenuto una questione di vita o di morte per la civiltà da noi conosciuta, eppure, nonostante tutta la buona volontà, nessun tentativo di soluzione è purtroppo approdato a qualcosa.»

Per cui cominciava con il chiedersi se la soluzione doveva essere cercata nel rafforzamento dell'allora Società delle Nazioni, oggi ONU, nelle sue funzioni di arbitrato, con conseguente maggiore cessione di sovranità da parte delle singole nazioni. Ma allora (come del resto oggi) osservava che si era ancora molto lontani da una azione veramente incisiva in questa direzione.

Continuava Einstein: «... l'uomo ha dentro di sé il piacere di odiare e di distruggere. In tempi normali la sua passione rimane latente, emerge solo in circostanze eccezionali; ma è abbastanza facile attizzarla e portarla alle altezze di una psicosi collettiva. Qui, forse, è il nocciolo del complesso di fattori che cerchiamo di districare, un enigma che può essere risolto solo da chi è esperto nella conoscenza degli istinti umani.» Per questo chiamava in causa il genio della psiche.

L'ulteriore quesito che Einstein poneva, anche nell'ottica di divulgare ulteriormente le scoperte di Freud: «... Vi è una possibilità di dirigere l'evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alle psicosi dell'odio e della distruzione?» Che è esattamente anche l'interrogativo da cui siamo partiti noi.

Sul primo punto Freud concordava con Einstein, ricordando che: «... è fin troppo chiaro che gli ideali nazionali da cui oggi i popoli sono dominati spingono in tutt'altra direzione. … Sembra dunque che il tentativo di sostituire la forza reale con la forza delle idee sia per il momento votato all'insuccesso.»

Sull'altro punto scriveva Freud: «... Lei si meraviglia che sia tanto facile infiammare gli uomini alla guerra, e presume che in loro ci sia effettivamente qualcosa, una pulsione all'odio e alla distruzione, che è pronta ad accogliere un'istigazione siffatta. Di nuovo non posso far altro che convenire senza riserve con Lei. Noi crediamo all'esistenza di tale istinto e negli ultimi anni abbiamo appunto tentato di studiare le sue manifestazioni. … non c'è speranza di poter sopprimere le tendenze aggressive degli uomini.» Con “noiFreud intendeva il gruppo di psicanalisti che faceva capo alla sua scuola e in nome dei quali voleva esprimersi, per sottolineare che si trattava di concetti ormai consolidati nella pratica psicanalitica.

In particolare basandosi sulla dottrina della coesistenza nella psiche delle due pulsioni opposte, Freud suggeriva la formula per definire le vie indirette di lotta alla guerra: «... Se la propensione alla guerra è un prodotto della pulsione distruttiva, contro di essa è ovvio ricorrere all'antagonista di questa pulsione: l'Eros. Tutto ciò che fa sorgere legami emotivi tra gli uomini deve agire contro la guerra. In primo luogo relazioni che pur essendo prive di meta sessuale assomiglino a quelle che si hanno con un oggetto d'amore. … la religione dice la stessa cosa: “Ama il prossimo tuo come te stesso.” Ora questo è un precetto facile da esigere, ma difficile da attuare. L'altro tipo di legame emotivo è quello per identificazione. Tutto ciò che provoca solidarietà significative tra gli uomini risveglia sentimenti comuni di questo genere, le identificazioni. Su di esse riposa in buona parte l'assetto della società umana.»

L'altro metodo per combattere indirettamente la guerra suggerito da Freud si appoggiava sulla ineliminabile diseguaglianza tra gli uomini che li divide in capi e seguaci: «... si dovrebbe dedicare maggiori cure, più di quanto si sia fatto finora, all'educazione di una categoria superiore di persone dotate di indipendenza di pensiero, inaccessibili alle intimidazioni e cultrici della verità, alle quali dovrebbe spettare la guida delle masse prive di autonomia. … La condizione ideale sarebbe naturalmente una comunità umana che avesse assoggettato la sua vita pulsionale alla dittatura della ragione. … Ma secondo ogni probabilità questa è una speranza utopistica.»

Concludeva, sconsolato: «Vede che, quando si consulta il teorico estraneo al mondo per compiti pratici urgenti, non ne vien fuori molto.»

Significativa la circostanza che noi oggi non siamo andati più lontano delle valutazioni di Einstein e Freud all'approssimarsi della seconda guerra mondiale.

Nell'opuscolo Freud concludeva con una appassionata esaltazione del pacifismo ad oltranza che accomunava i due geni.

(L'opuscolo può essere letto per intero nell'undicesimo e ultimo volume dell'edizione italiana delle Opere Complete di Sigmund Freud in 12 volumi, di cui l'ultimo di indici, pubblicata dall'editore Paolo Boringhieri verso la metà degli anni cinquanta del secolo scorso. L'impegno della casa editrice nel diffondere le Opere di Freud è stato ripreso con forza nel 2013 rendendo disponibile questo patrimonio dell'umanità in formato digitale.)

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