La comunicazione veloce e la meteorologia "al condizionale", due mondi che non possono convivere

di Mario Giuliacci.
Nell’epoca della comunicazione “mordi e fuggi”, hanno la meglio le previsioni “farlocche”. Il desiderio di approfondire è ormai sempre più raro. La curiosità di sapere che cosa significano i termini "predicibilità di...", "probabilità che...", "possibilità che..." un fenomeno o un'evoluzione del tempo possano verificarsi è ormai ridotta all'osso ed interessa ormai solo a una ristretta cerchia di persone. Ai tempi di Bernacca e di Baroni, non era così.

Ma nell'era della comunicazione veloce, in cui ci si accontenta del minimo indispensabile, fatto di quattro parole messe in croce ed attaccate ad un'icona per sapere il concentrato sul futuro comportamento del tempo in un Comune italiano a tot giorni, è proprio la meteorologia professionale ad essere crocifissa. Per non parlare del fatto che, sempre nell'era in cui le previsioni si diffondono a colpi di click, non ci si accontenta più di sapere dal meteorologo di turno, con una settimana di anticipo, che "Domenica potrebbe piovere": si pretende, invece, una risposta certa e sicura sull'andamento del tempo in quel preciso giorno e a quella precisa ora. La risposta che si vuole sentire deve essere o "Sì, alle ore 16, tra sette giorni, pioverà" oppure "No, alle ore 16, tra sette giorni, non pioverà". Perché se invece ti passa per la testa di rispondere con un "Troppo presto fare una previsione così dettagliata a sette giorni di distanza", finisci per fare la figura dell'incompetente e tiri indubbiamente acqua al mulino di chi, spacciandosi per professionista, comunica l'evoluzione del tempo coniugando sempre i verbi al modo indicativo e facendo leva sul sensazionalismo per impressionare la massa.

Nei modi utilizzati per comunicare le vicissitudini atmosferiche, quindi, i verbi al condizionale non fanno più parte del lessico. Ma il tempo, per essere raccontato in modo scientifico come richiede, ha un urgente bisogno del condizionale proprio come noi abbiamo bisogno dell'aria per respirare. Senza aria si muore. Senza condizionale, la meteorologia viene svuotata della sua essenza e può essere ricondotta solo ad un buffo teatrino in cui il finale è sempre miseramente lo stesso: "Le previsioni? Tanto non ci azzeccano mai: sette giorni fa avevano detto che sarebbe dovuto piovere ed invece poi non è piovuto".
Il condizionale è nel DNA delle vicissitudini del tempo, perché questo è l'unico modo verbale che riesce ad esprimere, al meglio, l'incertezza che costituisce il mondo delle scienze atmosferiche. Da sempre è così, come ha insegnato Lorenz.

Infine, nell'era della comunicazione veloce che ha reso minimo l'uso del linguaggio, si fa sempre più fatica anche a comprendere quello che si legge perché non si è più abituati alla rielaborazione del testo. Anche un bollettino, redatto da un meteorologo, oppure una discussione sul probabile andamento del tempo a lungo termine, non viene compreso appieno proprio perché la fretta di arrivare alla fine del bollettino o della discussione fa lasciare per strada il significato di ciò che si è voluto comunicare. Con il risultato di travisare, spesso, quello che si è letto.

Non c'è niente da fare: la comunicazione veloce non è fatta per la meteorologia. Perché questa scienza ha bisogno dei suoi modi e dei suoi tempi per essere raccontata. Modi che non possono e non devono essere lasciati al caso, perché se dico "è probabile che..." significa che desidero comunicare un concetto; ma se affermo "è possibile che..." desidero affermare un altro concetto. Piccolezze, diranno i più... che però non sono tali.

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