Nassiriya, il ricordo di tutte le vittime: italiani e iracheni uniti nel sacrificio

Ventidue anni dopo l’attentato del 12 novembre 2003, l’Italia e l’Iraq ricordano insieme i 28 caduti nella strage che colpì la base Maestrale

Immagine AI

Sono passati ventidue anni, ma il dolore per Nassiriya non si è mai affievolito. Il 12 novembre 2003, alle 8:40 ora locale, un camion carico di esplosivo si lanciò contro la base Maestrale dei Carabinieri a Nassiriya, nel sud dell’Iraq, uccidendo 28 persone: 19 italiani e 9 iracheni. Era una missione di pace, eppure quella mattina si trasformò in uno dei giorni più bui della storia recente. L’Italia intera, e con essa la comunità internazionale, rimase sconvolta di fronte a un gesto di violenza che colpì chi era lì per aiutare a ricostruire un Paese distrutto dalla guerra.

Il giorno che spezzò il silenzio della pace

La missione “Antica Babilonia” rappresentava l’impegno del nostro Paese per la stabilizzazione dell’Iraq dopo la caduta del regime di Saddam Hussein. La base Maestrale era un punto di riferimento per i civili locali, un presidio di sicurezza e cooperazione. Ma quella mattina, un kamikaze a bordo di un’autocisterna colma di esplosivo si scagliò contro l’ingresso, distruggendo in pochi secondi tutto ciò che simboleggiava la pace e la speranza. L’esplosione fu così violenta da essere udita a diversi chilometri di distanza.

Il tributo di sangue italiano

I 19 italiani caduti a Nassiriya sono i Carabinieri Massimiliano Bruno, Giovanni Cavallaro, Giuseppe Coletta, Andrea Filippa, Enzo Fregosi, Daniele Ghione, Orazio Majorana, Ivan Ghitti, Domenico Intravaia, Filippo Merlino, Alfio Ragazzi e Alfonso Trincone; i militari dell’Esercito Massimo Ficuciello, Silvio Olla, Alessandro Carrisi, Emanuele Ferraro e Pietro Petrucci; e i civili Marco Beci e Stefano Rolla, impegnati come operatori della cooperazione e tecnici della comunicazione. Persone che, pur in contesti diversi, condividevano lo stesso obiettivo: aiutare la rinascita di un popolo martoriato.

Le vittime irachene, simbolo di un popolo ferito

Accanto ai nostri connazionali morirono anche nove iracheni: civili e militari che lavoravano fianco a fianco con le forze italiane. Erano interpreti, collaboratori, cittadini che credevano nella possibilità di un futuro libero dalla paura. I loro nomi, meno noti ma ugualmente preziosi, rappresentano l’altra metà di quella tragedia, quella parte che ci ricorda che Nassiriya non fu solo un attacco contro l’Italia, ma contro l’umanità intera. In loro memoria, il Comune di Nassiriya ha eretto una stele commemorativa con un’incisione che recita: «Non c’è pace senza memoria».

Un ricordo che unisce due popoli

Ogni anno, in Italia e in Iraq, vengono organizzate cerimonie per ricordare i caduti. A Roma, al Sacrario dei Caduti di Nassiriya, le autorità militari e civili depongono corone di alloro, mentre nelle caserme dei Carabinieri di tutto il Paese si osserva un minuto di silenzio. Anche a Nassiriya, nonostante le difficoltà di un territorio ancora instabile, si celebra la memoria di quella giornata con momenti di preghiera interreligiosa, che vedono riuniti cristiani e musulmani sotto lo stesso segno del lutto e della speranza.

L’eredità del sacrificio

Ricordare Nassiriya significa custodire un’eredità di valori: il coraggio, la dedizione, la solidarietà tra popoli. I nostri militari non sono caduti invano. Il loro impegno, come quello degli iracheni che condividevano la stessa missione di pace, continua a vivere nel lavoro di chi, oggi, indossa la divisa in teatri di guerra e di crisi. La memoria di Nassiriya ci insegna che la pace si costruisce ogni giorno, anche a costo della vita, e che il rispetto reciproco è il fondamento su cui ogni civiltà dovrebbe poggiare.

A ventidue anni da quella mattina, l’Italia si inchina di fronte ai suoi figli e ai fratelli iracheni caduti con loro. Perché la memoria è l’unico modo per dare un senso al sacrificio.