Mediglia, RSA: «Il 3 marzo sono andata da mia madre, erano senza mascherine, ho avvisato il Comune, nessun intervento»

Nonna Gilda è morta il 13 marzo. La figlia racconta, la storia di una delle 44 persone decedute alla Residenza Borromea di Mombretto, positiva al tampone per il Covid 19

Nonna Gilda con sua figlia

Nonna Gilda con sua figlia Il 15 aprile avrebbe compiuto 87 anni

Continuano ad arrivare conferme sul fatto che sono state disattese le indicazioni ministeriali in merito al divieto di visita ai potenziali focolai del contagio. La triste vicenda che ha visto morire 44 anziani nella Residenza Assistenziale “Borromea” di Mombretto di Mediglia si arricchisce di un nuovo capitolo.
La figlia di Gilda, 86 anni, ci porta la sua straziante testimonianza. Distrutta nell’animo per come sua mamma è morta, senza il conforto di una parente. Affranta dal fatto di non averle potuto tenere la mano fino all’ultimo, lancia pesantissime accuse alla Direzione sanitaria della Residenza Borromea: «Personale senza mascherine»; e al Sindaco di Mediglia Paolo Bianchi: «Io il 3 marzo ho avvertito il Comune di quello che stava succedendo alla Residenza Borromea, ma il primo cittadino ha aspettato troppo tempo per intervenire decisamente. Adesso si giustifica dicendo che essendo una struttura privata ha dovuto aspettare, ma non basta».

«Fino alla settimana prima mia mamma stava benissimo – ci racconta la donna residente a Milano -, nonostante i suoi acciacchi mi riconosceva, era reattiva. Non aveva nessun sintomo del coronavirus. Il 3 marzo sono andata a trovare mia mamma con guanti mascherina e occhiali, perché quelle erano le prescrizioni per poterla visitare. L’ho trovata in pessime condizioni, era seduta sulla sedia a rotelle senza la cintura di sicurezza. Tutti gli operatori erano senza mascherina. E quando ho chiesto loro come mai non avessero i dispositivi di sicurezza, mi hanno risposto che non li indossavano per non fare spaventare gli ospiti. Mia mamma aveva le mani ghiacciate e ho chiamato l’infermiere, mi sono arrabbiata tantissimo. Ho chiesto che le fosse misurata subito la febbre. Tremava. Infatti risultò febbricitante. Allora ho chiesto se le avessero fatto il tampone per avere evidenza se avesse o meno riscontrato l’infezione da Covid 19. L’esame diagnostico non era ancora stato eseguito. Mi sono arrabbiata ed ho richiesto l’esecuzione dell’esame per mia madre. Nella stessa giornata del 3 marzo ho chiamato il sindaco di Mediglia per spiegargli cosa stava succedendo. Ho parlato con l’Assessore alla sanità e con il Vicesindaco. Mi hanno risposto di essere al corrente della situazione. Ma il sindaco si è guardato bene da lanciare subito l’allarme. Nei giorni seguenti abbiamo fatto numerose chiamate, al Comune, e ad ATS per sollecitare il tampone, e con i nuovi dottori della RSA che addirittura non sapevano neanche chi fosse mia madre. Non hanno tutelato queste persone che potevano vivere ancora qualche anno. L’esame a tampone poi glielo hanno fatto il 7 marzo, e qualche giorno dopo abbiamo scoperto che era positiva al Covid 19. Mi dicevano che il quadro clinico di mia madre non peggiorava, e che quindi non c’era motivo di mandarla in ospedale. Ero preoccupata, non avevamo informazioni di quello che stava capitando dentro la RSA, volevo vedere mia madre – ribadisce la donna -, cosi ho chiesto che le fosse girato un video. Me lo inviarono e con sommo dispiacere constatai che mia mamma era assente, con le mani e i piedi pieni di ecchimosi, mi sono spaventata». La figlia di Gilda ci mostra il video, e in Redazione possiamo verificare con i nostri occhi lo stato della poveretta. L’11 marzo verso sera le condizioni di mia madre sono state ritenute critiche e così mi hanno avvertito che l’avrebbero portata al Policlinico San Donato Milanese . Dopo averla visitata, il dottore del PS mi ha detto di non aver mai visto un caso così disperato dalla RSA. In pochi giorni era addirittura diventata insulinodipendente». Due giorni dopo Gilda morì.
Giulio Carnevale

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