Terrorismo: colpita rete italiana di Hamas, arrestato Mohammad Hannoun. Silenzio degli esponenti Pd, AVS e M5S che lo hanno sostenuto

Le indagini della Digos e della Guardia di Finanza ricostruiscono un sistema di raccolta fondi “umanitari” che, secondo gli inquirenti, avrebbe dirottato oltre sette milioni di euro verso Hamas attraverso tre associazioni con base a Genova e Milano

Operazione Domino, la rete italiana e il ruolo di Mohammad Hannoun

L’operazione “Domino”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo di Genova in raccordo con la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, ha portato all’arresto di nove persone accusate di far parte del comparto estero di Hamas e di aver finanziato l’organizzazione terroristica attraverso tre associazioni di beneficenza rivolte al sostegno del popolo palestinese. Al centro dell’inchiesta c’è Mohammad Hannoun, ritenuto dagli inquirenti vertice della cellula italiana e amministratore di fatto delle strutture associative: l’Associazione benefica di solidarietà col popolo palestinese fondata a Genova nel 1994, la successiva Organizzazione di volontariato del 2003 e La Cupola d’Oro, aperta nello stesso anno in via Venini a Milano. Secondo gli atti, Hannoun avrebbe operato come membro del “comparto estero” di Hamas e come rappresentante di riferimento per i collegamenti internazionali.

Le triangolazioni finanziarie e i sette milioni destinati a Hamas

Gli indagati sono accusati di aver alimentato per anni un sistema di trasferimenti economici sotto la copertura di finalità umanitarie. Le somme raccolte, formalmente destinate alla popolazione civile di Gaza, sarebbero state dirottate per oltre il 71 per cento verso strutture e soggetti collegati all’organizzazione, per un totale pari a circa 7.288.248,15 euro. Le operazioni, spiegano gli investigatori, sarebbero avvenute tramite bonifici, triangolazioni internazionali e passaggi verso associazioni con sede a Gaza, nei Territori Palestinesi e in Israele, dichiarate illegali dallo Stato di Israele in quanto ritenute appartenenti o collegate a Hamas. Fra i beneficiari viene citato Osama Alisawi, già ministro del governo di fatto a Gaza, che in più occasioni avrebbe sollecitato il supporto finanziario. Contestualmente, sono stati disposti sequestri di beni per circa otto milioni di euro.

Una struttura organizzata e una cellula operativa in Italia

Secondo il quadro ricostruito dagli inquirenti, la costituzione della rete italiana non sarebbe frutto di iniziative isolate, ma parte di un progetto strategico del movimento, articolato in cellule estere incaricate di sostenere gli obiettivi del gruppo. Le attività di raccolta fondi sarebbero proseguite anche dopo i provvedimenti adottati dal circuito finanziario internazionale, attraverso la creazione di nuove sigle associative come La Cupola d’Oro e La Palma, allo scopo di garantire continuità ai trasferimenti. Le indagini hanno inoltre evidenziato contatti e flussi tra Italia, altri Paesi europei e la Turchia, con trasferimenti diretti verso Gaza e un network di realtà collegate a livello internazionale. Decisivo, in questa ricostruzione, anche il contributo documentale trasmesso dalle autorità israeliane nell’ambito della cooperazione giudiziaria.

Il commento del ministro Piantedosi e il richiamo al contesto internazionale

Nel commentare l’operazione, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha dichiarato: «È un’operazione molto importante e significativa quella portata a termine stamattina dalla polizia di Stato e dalla Guardia di Finanza con l’arresto di nove persone, tra cui il più noto Mohammad Hannoun. Pur con la doverosa presunzione di innocenza che va sempre riconosciuta in questa fase, è stato squarciato il velo su comportamenti e attività che, dietro il paravento di iniziative a favore delle popolazioni palestinesi, celavano il sostegno e la partecipazione a organizzazioni con vere e proprie finalità terroristiche di matrice islamista. Un pericolo rispetto al quale c’è la massima attenzione da parte del nostro governo… Questo risultato ci incoraggia nell’opera di ulteriore rafforzamento delle nostre forze dell’ordine che stiamo portando avanti da tre anni e che continueremo finché ci verrà affidata la responsabilità di governo». Parallelamente, i vertici della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo e della Procura di Genova hanno richiamato, in una nota congiunta, la necessità di distinguere fra i crimini commessi nella cornice del conflitto mediorientale e gli atti di terrorismo rivolti contro la popolazione civile.

Il risvolto politico e la reazione del mondo associativo

L’arresto di Hannoun, figura storicamente attiva nell’associazionismo pro-palestinese italiano e da anni al centro di contatti e interlocuzioni con ambienti dell’area progressista, ha avuto immediate ricadute sul piano politico, provocando imbarazzo e tensione in settori della sinistra, con il mondo Pd, AVS e M5S descritto dagli ambienti politici come in forte difficoltà nel prendere posizione di fronte alle accuse mosse dagli inquirenti. Nel quadro dell’inchiesta che ha portato all’arresto di Mohammad Hannoun, il dibattito politico si è acceso in modo particolarmente duro, soprattutto dal fronte del centrodestra, che ha richiamato le responsabilità di quanti negli anni hanno mostrato vicinanza al mondo pro-palestinese legato alla sua rete associativa. «Mentre Pd e Cinquestelle coccolarono Hannoun invitandolo a convegni, Fratelli d’Italia denunciava i suoi legami con il terrorismo islamico. L’arresto di oggi conferma che avevamo ragione. La sinistra ora chieda scusa agli italiani», ha dichiarato Raffaele Speranzon, vicecapogruppo vicario di Fratelli d’Italia al Senato. Sulla stessa linea Marco Scurria, vicecapogruppo di FdI a Palazzo Madama, ha sottolineato: «L’operazione della Guardia di Finanza e della Digos di Genova ha colpito al cuore una rete terroristica che, sotto la copertura dell’aiuto umanitario, finanziava Hamas. Sette milioni di euro, transitati da tre finte associazioni di beneficenza in Italia, destinati a un’organizzazione responsabile del massacro del 7 ottobre. Nove arresti, tra cui Mohammad Hannoun, punto di riferimento della rete filo-Hamas nel nostro Paese. Hannoun è da anni attivo anche nella cosiddetta Flotilla per Gaza, un’operazione puramente mediatica mascherata da missione umanitaria». Scurria ha poi aggiunto: «Non a caso, dietro questa operazione ci sono figure internazionali ben note all’estremismo islamista, come Zaher Birawi, e connessioni inquietanti anche con Francesca Albanese. Ciò che però indigna ancora di più è il silenzio, o peggio la complicità, di una parte della sinistra italiana. Esponenti del Pd, dei Cinque Stelle e di Avs hanno partecipato a incontri e convegni con Hannoun. Fratoianni, Furfaro, Boldrini, Ascari, Di Battista. Basta con la finta solidarietà, basta con la retorica pro-palestinese. È ora che la sinistra italiana dia spiegazioni chiare. Chi ha giustificato o sostenuto queste realtà si prenda la responsabilità politica e morale. L’Italia non può essere un rifugio sicuro per chi finanzia la jihad. Nessuna tolleranza verso chi, dietro la maschera della solidarietà, finanzia la violenza e il terrore». L’unica voce fuori dal campo del centrodestra è stata quella di Carlo Calenda, leader di Azione, che ha commentato: «L’arresto di Hannoun dimostra che c’è una pesante infiltrazione dell’estremismo islamico nei movimenti pro-Pal. Sostenere la nascita dello Stato palestinese e sostenere Hamas sono due cose molto diverse. Hamas è un movimento terrorista e chi lo sostiene va arrestato e processato».

Il foglio di via di Milano e la svolta politica attorno alla figura di Hannoun

Nel percorso pubblico di Mohammad Hannoun, un passaggio decisivo è stato rappresentato dal foglio di via obbligatorio disposto dalla Questura di Milano nell’autunno del 2025, provvedimento della durata di un anno emesso – secondo le motivazioni dell’autorità di pubblica sicurezza – alla luce delle frasi pronunciate durante una manifestazione pro-Palestina nel capoluogo lombardo, ritenute idonee a «istigare alla violenza» e a creare una condizione di potenziale turbativa dell’ordine pubblico. Il decreto, firmato dal questore Bruno Megale, richiamava in particolare i passaggi nei quali Hannoun avrebbe fatto riferimento alla «legge del taglione» e alla condanna dei cosiddetti “collaborazionisti”, elementi che, nella valutazione degli investigatori, potevano innescare dinamiche emotive e reattive nelle piazze. Lo stesso Hannoun reagì duramente al provvedimento, definendolo «un atto di aggressione nei miei confronti» e sostenendo che si inserisse in un quadro politico nel quale, a suo dire, «il governo italiano è complice diretto del genocidio a Gaza». La misura ebbe immediati risvolti politici: da un lato, esponenti del centrodestra rivendicarono la scelta delle autorità come strumento necessario a «non lasciare spazio a chi istiga all’odio e alla violenza»; dall’altro, una parte del mondo associativo pro-Palestina la interpretò come un segnale di restringimento degli spazi di dissenso civico. Questo episodio – che precede e fa da cornice al successivo sviluppo dell’inchiesta culminata negli arresti dell’operazione “Domino” – è  uno dei momenti chiave nei quali la rete riconducibile ad Hannoun avrebbe orientato e condizionato l’opinione pubblica attraverso parole d’ordine e mobilitazioni di piazza, coinvolgendo in modo particolare gruppi di studenti e giovani partecipanti alle manifestazioni, trasformati, in strumenti di propaganda nelle mani di circuiti considerati vicini all’area filo-terrorista.