Che fine ha fatto la flottiglia? Mentre il Sudan sprofonda nell’abisso, il silenzio internazionale rivela l’ipocrisia della globalizzazione militante

Centinaia di migliaia di persone sono state uccise o risultano disperse. Più di dieci milioni di sudanesi hanno abbandonato le loro case, generando la più grande crisi di sfollati interni al mondo

(Foto archivio)

C’era un tempo, non lontano, in cui una parte del mondo occidentale si mobilitava con clamore per partire “in difesa della Palestina”, organizzando flottiglie internazionali, cortei navali, campagne social e manifestazioni simboliche destinate a guadagnare titoli sui giornali. Oggi, di fronte a una tragedia umanitaria di proporzioni ben più vaste, quella stessa mobilitazione sembra misteriosamente evaporata. La domanda retorica sorge inevitabile: che fine ha fatto la flottiglia globale? Dove sono finiti gli attivisti, le organizzazioni, i portavoce della solidarietà internazionale quando la catastrofe non tocca i temi funzionali alla loro narrazione politica?

Il Sudan vive una delle peggiori crisi umanitarie del XXI secolo. La guerra tra le Forze Armate Sudanesi e le Rapid Support Forces ha devastato intere regioni, distrutto città, isolato villaggi, cancellato ogni forma di sicurezza. 30 milioni di persone in difficoltà. Centinaia di migliaia di persone sono state uccise o risultano disperse. Più di dieci milioni di sudanesi hanno abbandonato le loro case, generando la più grande crisi di sfollati interni al mondo. Fame, violenze etniche sistematiche, stupri usati come arma di guerra, totale assenza di medicinali e blocco degli aiuti internazionali delineano un quadro che non dovrebbe lasciare indifferente nessuna coscienza globale.

Eppure, il Sudan non trova spazio nei cortei occidentali, non genera discussioni infuocate sui social, non accende la militanza dei movimenti internazionalisti. La sua tragedia non diventa simbolo, non diventa bandiera. Non c’è nessuna flottiglia che tenta di raggiungere Port Sudan. Non ci sono carovane di attivisti che denunciano il collasso umanitario. Il continente africano, ancora una volta, rimane vittima non soltanto dei conflitti ma anche dell’indifferenza selettiva della comunità internazionale.

Il punto è che la crisi sudanese non si presta alla semplice contrapposizione ideologica “forte contro debole”, “colonizzati contro colonizzatori”, “resistenza contro potere”. È un conflitto interno, complesso, dove non esistono narrazioni preconfezionate e in cui la sofferenza delle persone non può essere strumentalizzata per battaglie politiche domestiche. E così, mentre il popolo sudanese è travolto dalla guerra, la scena internazionale resta desertificata.

Questa assenza non è casuale: racconta molto della globalizzazione militante che negli ultimi decenni ha saputo farsi vedere solo quando la causa poteva essere incastonata nella dialettica ideologica della sinistra più estremista. La solidarietà globale si mobilita quando serve a confermare un racconto preesistente; scompare quando la realtà impone di mettere in discussione gli schemi politici. È il trionfo della rappresentazione, non dell’impegno. Del simbolo, non della sostanza.

Il Sudan non è soltanto una crisi dimenticata: è la cartina di tornasole di una solidarietà che, quando non può essere piegata a un messaggio politico, si ritira nell’ombra. E mentre la popolazione sudanese continua a pagare il prezzo più alto, l’assenza della flottiglia globale rivela la natura strumentale e profondamente ideologica di una globalizzazione “umanitaria” che, alla fine, si dimostra essere stata soprattutto una rappresentazione costruita dalla sinistra antisemita più radicale, più attenta alla propria narrativa che alla vita delle persone.
Giulio Carnevale