Il caso Roggero e il fallimento della politica degli slogan

Dalla legittima difesa alla legge Severino, fino al tema della proporzionalità della pena: le contraddizioni di chi oggi chiede giustizia dopo aver approvato norme che producono gli effetti che ora contesta.

Mario Roggero

Mario Roggero

Il caso di Mario Roggero ha riaperto una discussione che va ben oltre la vicenda personale di un uomo. Tocca il rapporto tra giustizia, politica e fiducia dei cittadini nelle istituzioni. E proprio per questo merita un dibattito serio, non fatto di slogan o di appelli emotivi.

In molti chiedono un intervento del Presidente della Repubblica, in modo improvvido è stato richiesto anche dallo stesso Roggero. Ma questa è un’invasione impropria del ruolo del Capo dello Stato. Il Presidente della Repubblica non può essere chiamato a correggere gli effetti di leggi approvate dal Parlamento né a risolvere contraddizioni create dalla politica. Le sue prerogative sono disciplinate dalla Costituzione e devono restare tali. Tra l’altro questa richiesta è stata avanzata ancor prima del deposito delle motivazioni della condanna che normalmente avvengono entro sessanta giorni dalla sentenza, quindi nella non conoscenza dettagliata dei motivi per cui la corte ha giudicato Roggero.

La vera responsabilità è di chi, negli anni, ha promesso soluzioni semplici a problemi complessi. La riforma della legittima difesa fu presentata come una svolta epocale, sintetizzata nello slogan “la difesa è sempre legittima”. Ma la realtà è diversa. Il nostro ordinamento continua a richiedere che i giudici valutino la proporzionalità della reazione, la necessità della difesa e le circostanze concrete di ogni singolo caso. È un principio fondamentale dello Stato di diritto, che non è stato cancellato da quella riforma, da qui la sostanziale distinzione tra difesa personale e vendetta personale.

Anche sul piano politico emergono evidenti contraddizioni, come da affermazioni sui media sembra che qualcuno voglia candidare Roggero a una carica elettiva, ma questa proposta si scontra con le norme sull’incandidabilità previste dalla legge Severino. In un determinato periodo temporale si è votato una legge e oggi si vuole superare la stessa per ricavarne un appoggio popolare, ne risulta quindi difficile, per costoro, chiedere solidarietà per una persona e, allo stesso tempo, difendere norme che ne limitano la partecipazione alla vita pubblica.

Ma c’è un tema ancora più profondo: quello della proporzionalità della pena e del senso stesso della giustizia. Ogni ordinamento democratico deve punire chi viola la legge, ma la pena deve essere equilibrata e percepita come giusta. Quando una parte rilevante dell’opinione pubblica avverte uno squilibrio tra la gravità dei fatti, le responsabilità e le conseguenze sanzionatorie, si crea una frattura tra cittadini e istituzioni.

A questo si aggiunge il delicato tema dei risarcimenti riconosciuti ai familiari delle vittime o ai soggetti danneggiati dal reato. Sul piano giuridico tali risarcimenti rispondono a principi consolidati del diritto civile e penale e non rappresentano un “premio” per chi ha commesso un reato. Tuttavia, risulta difficile accettare che chi ha partecipato a un’azione criminale o i suoi eredi possano ottenere un ristoro economico dalla persona che ha subito una rapina e quindi una coercizione violenta. Questa è una questione che interroga il legislatore e impone una riflessione sul modo in cui il sistema riesce a coniugare tutela dei diritti, equità e senso di giustizia.

La credibilità delle istituzioni si costruisce con leggi chiare, coerenti e capaci di mantenere ciò che promettono. Non si rafforza indicando nel Quirinale il luogo dove risolvere problemi creati dalla politica come se fosse il quarto grado di giudizio e tra l’altro solo per alcuni, vedere ad esempio il caso a Milano, in via Giovanni Da Cermenate, dove un furto in un bar, con una dinamica siile a quello di Roggero, ha portato alla condanna dei due cinesi proprietari del bar senza che nessuno abbia sollevato questione o avanzato richiesta di grazia. Se davvero si ritiene che la disciplina sulla legittima difesa e sugli effetti civili di vicende come questa debba essere modificata, la strada è una sola: il Parlamento. Governare significa assumersi la responsabilità delle proprie leggi, non scaricarne le conseguenze su altre istituzioni quando gli slogan si scontrano con la realtà.

Moreno Mazzola

"La giustizia è una cosa seria, ma è anche una cosa fragile: vive soltanto se i cittadini la difendono." - Piero Calamandrei