Il nome dell'antifascismo, la deriva democratica è servita
Quando il dissenso smette di confrontarsi con le idee e sceglie l'insulto, a perdere è la qualità della democrazia
Ricostruzione di fantasia del contesto. Prompt AI.
La notizia dell'apertura del nuovo comitato territoriale di Futuro Nazionale a Peschiera Borromeo, pubblicata da 7giorni, avrebbe dovuto rappresentare ciò che è: un'informazione giornalistica. Un fatto di cronaca politica. Una nuova formazione che si presenta ai cittadini, con i propri dirigenti e il proprio programma, merita di essere raccontata, indipendentemente dal giudizio che ciascuno può maturare nei suoi confronti.
Eppure, ciò che è accaduto nei commenti sui social lascia spazio a una riflessione ben più ampia del singolo episodio.
Una parte dei commentatori ha immediatamente etichettato il movimento come «fascista», «razzista» e «omofobo», accompagnando queste definizioni con insulti personali e affermazioni che nulla avevano a che vedere con un confronto civile. Non si è discusso delle idee, non si sono contestate eventuali proposte politiche. Si è scelta, fin dall'inizio, la strada della delegittimazione morale dell'avversario.
È proprio qui che nasce il problema.
L'antifascismo è uno dei valori fondanti della Repubblica italiana. Nessuno mette in discussione il dovere di contrastare ogni forma di violenza, discriminazione o nostalgia dei regimi totalitari. Ma utilizzare l'antifascismo come una clava per impedire a un soggetto politico, che opera all'interno delle regole democratiche e dell'ordinamento costituzionale, perfino di presentarsi ai cittadini significa imboccare una strada molto diversa da quella della democrazia.
In uno Stato di diritto esistono strumenti precisi. Se un partito viola la legge, incita all'odio, compie apologia di fascismo o commette reati, intervengono la magistratura e le autorità competenti. Se, invece, una forza politica partecipa alla vita democratica rispettando le norme vigenti, il giudizio spetta agli elettori, non ai tribunali improvvisati dei social network.
La storia politica italiana degli ultimi decenni dovrebbe aver insegnato qualcosa. È accaduto con la Lega, liquidata per anni con stereotipi e pregiudizi. È successo con il Movimento 5 Stelle, inizialmente deriso e delegittimato. È avvenuto con Fratelli d'Italia, a lungo confinato ai margini del dibattito politico. Ogni volta che una parte del Paese ha scelto di sostituire il confronto con la demonizzazione, il risultato è stato spesso opposto a quello sperato: quei movimenti sono cresciuti, alimentati anche dalla percezione di essere vittime di un sistema incapace di accettare il pluralismo.
La democrazia vive del confronto, anche duro, ma sempre rispettoso. Vive della possibilità di ascoltare idee diverse dalle proprie e di contrastarle con argomenti, non con etichette. Quando, invece, il dissenso viene ridotto a una sfilza di insulti e l'avversario viene trasformato automaticamente in un nemico da eliminare dal dibattito pubblico, il rischio è quello di impoverire la politica e alimentare una spirale di odio reciproco.
Fa riflettere, inoltre, che spesso siano proprio coloro che si presentano come i più convinti difensori dell'inclusione, dei diritti civili e della tolleranza a ricorrere, almeno sui social, ai toni più aggressivi nei confronti di chi la pensa diversamente. La tutela dei diritti e il rispetto delle persone non possono essere valori validi soltanto per chi condivide le nostre idee. Se diventano selettivi, smettono di essere principi universali e si trasformano in strumenti di lotta politica.
La democrazia non si difende impedendo agli altri di parlare. Si difende permettendo a tutti di esprimersi nel rispetto delle regole, lasciando ai cittadini il compito di scegliere e alle istituzioni quello di vigilare sul rispetto della legge. Tutto il resto rischia di trasformare il pluralismo in un'illusione e il confronto politico in una guerra permanente di etichette, nella quale a perdere non è un partito, ma la qualità stessa della nostra convivenza democratica.
Giulio Carnevale
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