La doppia morale della sinistra pro-Palestina, tra piazze per Hannoun, silenzi sul popolo iraniano e appoggio al regime venezuelano di Maduro

Tra antisionismo che scivola nell’antisemitismo, ambiguità su Hamas e omissioni sulle dittature, una parte dell’attivismo progressista ha smarrito la bussola morale. Solidarietà alla collega Giulia Sorrentino per il vigliacco attacco che ha subito.

La galassia dei movimenti di sinistra che oggi riempie le piazze in nome della causa palestinese vive una contraddizione che non può più essere ignorata. Da un lato si presenta come la voce degli oppressi, dall’altro applica una logica selettiva che tradisce l’universalità dei diritti umani. Una cosa è esprimere solidarietà al popolo palestinese, che ha il diritto sacrosanto di vivere in pace, sicurezza e dignità. Un’altra cosa, profondamente diversa e politicamente inaccettabile, è utilizzare quella causa per giustificare, coprire o minimizzare il ruolo di Hamas, un’organizzazione terroristica che fa della violenza indiscriminata, dei rapimenti e delle stragi di civili il proprio strumento di azione.

Il confine viene superato in modo evidente quando una parte di questi movimenti arriva persino a contestare le indagini giudiziarie sulle reti di supporto e finanziamento di Hamas e a chiedere in piazza la liberazione di Hannoun, considerato dagli inquirenti uno dei principali organizzatori di quei flussi. Qui non siamo più nel terreno della solidarietà a un popolo, ma in quello della delegittimazione dello Stato di diritto. Difendere chi è sospettato di sostenere il terrorismo non è un atto di resistenza, è una scelta politica precisa che mette in discussione la legalità e la sicurezza di tutti. È una posizione che dovrebbe essere respinta senza ambiguità, e invece viene spesso accolta con silenzi compiacenti o giustificazioni ideologiche.

Quanto andato in scena oggi a Milano, durante una manifestazione pro pal, tra via Giacosa e piazza della Repubblica è stato qualcosa di indegno e non più tollerabile. Insultare al microfono o addirittura cacciare una giornalista mentre svolge in maniera onesta e precisa il proprio lavoro, è qualcosa di disgustoso. Esprimo tutta la mia solidarietà e vicinanza alla giornalista Giulia Sorrentino. Oltre agli innumerevoli insulti e gesti di odio contro Governo, Comunità Ebraica e popolo israeliano, i manifestanti durante il corteo odierno hanno ribadito a più riprese il sostegno al terrorista Hannoun, attualmente rinchiuso nel carcere di massima sicurezza a Terni, definendolo addirittura ‘eroe’. 

Definire eroi coloro i quali sono accusati di aver finanziato dei criminali, ovvero Hamas, e giustamente sono in carcere, è un insulto alla democrazia e alla storia del nostro Paese. Il capoluogo lombardo non merita tutto ciò, è una vergogna per chi lo vive, ci lavora e chi ha profonde radici qui. 

Dentro questa deriva si annida un altro problema grave: l’antisemitismo che ritorna sotto le spoglie dell’antisionismo. Criticare il governo israeliano, le sue politiche o le sue scelte militari è legittimo e necessario in una democrazia. Ma quando Israele viene rappresentato come un’entità intrinsecamente malvagia, come l’unico Stato al mondo privo di diritto all’esistenza, quando si tollerano slogan che invocano la sua cancellazione, allora non siamo più davanti a una critica politica. Siamo davanti a una demonizzazione identitaria che colpisce un popolo intero e che alimenta un clima di ostilità verso gli ebrei, anche quelli che vivono in Europa e non hanno nulla a che fare con le decisioni di Tel Aviv.

Questa ambiguità produce effetti reali. Nelle piazze e sui social si diffondono parole d’odio, si moltiplicano intimidazioni e aggressioni, cresce la paura in comunità che portano sulle spalle una storia di persecuzioni. Il fatto che tutto questo venga minimizzato o relativizzato da chi si dice progressista è un fallimento politico e morale. Non si può combattere il razzismo scegliendo quale razzismo tollerare.

La doppia morale emerge in modo ancora più lampante quando si guarda oltre Gaza. In Iran, in queste settimane, uomini e donne stanno pagando con il carcere, con le torture e con la vita la loro ribellione a un regime teocratico che nega le libertà fondamentali. È una delle lotte più chiare e coraggiose del nostro tempo, una battaglia per la dignità e per i diritti che dovrebbe unire tutte le forze democratiche. Eppure, le grandi mobilitazioni della sinistra pro-Palestina restano in gran parte mute. Nessuna ondata di proteste, nessuna pressione costante sui governi, nessuna visibilità paragonabile a quella riservata ad altri conflitti. Come se quelle vite valessero meno perché non utili al racconto ideologico dominante.

Lo stesso schema si ripete con il Venezuela. Il regime di Maduro ha portato un Paese ricchissimo alla fame, ha distrutto le istituzioni, represso l’opposizione e costretto milioni di persone all’esilio. È una tragedia umanitaria e democratica di proporzioni enormi. Ma per una parte della sinistra internazionale questa realtà resta scomoda, perché non si incastra nella narrativa dell’anti-imperialismo. Così si preferisce parlare d’altro, relativizzare, o addirittura giustificare, lasciando che un popolo venga sacrificato sull’altare dell’ideologia.

Questa non è neutralità, è complicità morale. Non si può proclamare la difesa dei diritti umani e poi ignorare chi soffre sotto regimi “amici”. Non si può gridare contro l’oppressione quando viene da una democrazia e chiudere gli occhi quando arriva da una dittatura. Questa selettività distrugge ogni credibilità e svuota di significato parole come giustizia, solidarietà e libertà.

La verità, per quanto scomoda, è che una parte della sinistra pro-Palestina ha smarrito la bussola. Ha trasformato una causa legittima in un’arma ideologica, ha accettato di convivere con l’antisemitismo pur di non mettere in discussione i propri schemi, e ha scelto il silenzio di fronte alle sofferenze di popoli che non rientrano nel racconto utile. Finché questa doppia morale non verrà riconosciuta e superata, ogni bandiera sventolata in nome dei diritti umani continuerà a suonare falsa.
Giulio Carnevale