Referendum Giustizia: servono riforme urgenti per un sistema più equo

Più del 50% nel processo di primo grado viene assolto perché il fatto non sussiste. Rimane irrisolto il problema generale sulla giustizia in Italia

Dopo i risultati de Referendum, aldilà di chi parteggiava per il NO o per il SÌ, rimane comunque irrisolto il problema generale sulla giustizia in Italia. In questo articolo non si vuole entrare in merito ai perché di una sconfitta o di una vittoria, al fatto che la legge è stata blindata nei passaggi a Camera e Senato, alla politicizzazione del Referendum da parte del Governo, per quello ci penseranno altri. Il problema della giustizia è noto ma, anche nelle discussioni precedenti il voto referendario, raramente ho ascoltato quali sono i veri problemi e quali potrebbero essere le possibili soluzioni, questo mi fa pensare e ipotizzare che una riforma non la vedremo a breve. In Italia, il problema della giustizia non è solo una questione di leggi, ma soprattutto di tempi e di efficienza. Processi che durano anni, a volte decenni, e un numero elevato di procedimenti che arrivano a giudizio senza basi solide rappresentano due criticità strutturali che minano la fiducia dei cittadini nel sistema giudiziario.

La durata eccessiva dei processi è uno dei mali cronici del sistema italiano. Non si tratta solo di un disagio burocratico: un processo troppo lungo può compromettere il diritto alla difesa, logorare le vittime e, in alcuni casi, portare alla prescrizione dei reati.

Le cause sono molteplici: carenza di personale, organizzazione inefficiente, eccesso di formalismi e un sistema di impugnazioni molto ampio.

Tra le soluzioni più discusse vi sono la digitalizzazione completa dei procedimenti, il potenziamento degli organici e l’introduzione di limiti più stringenti per ogni fase del processo. Tuttavia, ogni intervento deve evitare il rischio opposto: comprimere i tempi a scapito della qualità delle decisioni.

Accanto al problema della lentezza, emerge quello dell’eccessivo numero di procedimenti penali che arrivano a dibattimento pur in presenza di prove deboli o insufficienti. Questo fenomeno contribuisce a congestionare i tribunali e sottrae risorse ai casi più gravi. I dati dicono che, nel primo grado di giudizio, viene assolto più del 50% degli imputati perché il fatto non sussiste, questo dato viene letto come terzietà del Giudice rispetto al PM. Sicuramente la lettura asettica del dato porta a simili riflessioni, quello che è preoccupante e che nessuno solleva è perché ci sono un così elevato numero di assolti. Questo è conseguenza del fatto che, nelle fasi precedenti il processo, indagini preliminari e udienza preliminare, il GIP (Giudice delle Indagini Preliminari) e il GUP (Giudice dell’Udienza Preliminare), convalidano, senza entrare nel merito sia della valutazione da parte del PM sia delle prove che il PM dovrebbe fornire a supporto della sua richiesta, tutto quanto il PM propone? Questo è un altro dato inconfutabile visto e considerato che più del 90% delle proposte del PM vengono convalidate dal GIP e dal GUP, fonti del Ministero della Giustizia. Proviamo ad immaginare cosa succederebbe se più del 50% delle operazioni mediche non dovessero concludersi con un risultato positivo? Tutti si scandalizzerebbero e farebbero in modo di porre dei correttivi.

Ne consegue che una delle riforme più urgenti riguarda il rafforzamento del filtro delle indagini e dell’udienza preliminare e sul controllo che tale filtro venga fatto opportunamente. Dare maggiore incisività al giudice in questa fase consentirebbe di bloccare sul nascere i procedimenti destinati con ogni probabilità a concludersi con un’assoluzione o a ridurne la quantità di quelli che per errore, siamo comunque essere perfettibili, dovessero andare a processo.

Il rischio concreto, come conseguenza del risultato referendario, è che nessuno si prenda l’onere di mettere mano ai due problemi strutturali della Giustizia in Italia mantenendo un sistema sclerotizzato e dannoso, visti i dati di cui sopra, per i cittadini che, malauguratamente, si fa riferendo a quel 50% assolto perché il fatto non sussiste, si dovessero trovare coinvolti con inevitabili ripercussioni su aspetti di carattere famigliare,  lavorativo ed economico.

Quello che si chiede ad una classe politica, capace e attenta ai bisogni della cittadinanza, è che ci sia l’impegno a riformare la giustizia al fine di trovare un equilibrio tra efficienza e garanzie. Perché ridurre i tempi e i processi inutili è fondamentale, ma non deve compromettere il diritto a un giusto processo.

Una giustizia più veloce, ma anche più selettiva e organizzata, non è solo un obiettivo tecnico: è una condizione essenziale per rafforzare lo Stato di diritto e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

Enrico Dandolo