Riflessioni banali a due anni dal COVID-19: Com’è cambiata la nostra percezione della vita all’infuori delle quattro mura di casa nostra da quel giorno?

Un resoconto tremendamente mediocre, ma forse adatto a raccontare la tragicità di quello che è successo negli ultimi due anni. E forse, in questa banalità, ti sarai ritrovato un po’ anche tu.

Esattamente due anni fa ero in procinto di trasferirmi ad Amman, la capitale della Giordania. Da qui a due giorni avrei preso un volo che faceva scalo a Roma e poi si sarebbe diretto in Medio Oriente, e non stavo più nella pelle. Le valigie erano pronte, con vestiti incastrati accuratamente nel poco spazio a disposizione, libri di arabo per le lezioni, una piccola farmacia ambulante e la macchina fotografica. Avrei passato cinque mesi nel regno hashemita, in avanscoperta, un po’ per studiarne meglio la lingua e immergermi di fatto in uno dei paesi oggetto dei miei studi universitari, un po’ per mettermi alla prova e fronteggiare la bella botta di adrenalina che piani del genere ti costringono a vivere volente o nolente. Già pregustavo le strade caotiche, il traffico indisciplinato, i labirintici vicoli impolverati e martellati dal sole. Gli odori di spezie sconosciute, il canto del muezzin alle quattro di mattina, che invece di svegliarmi mi avrebbe solo cullata all’alba di ogni giorno. Avrei iniziato a padroneggiare non solo l’arabo standard, ma anche un dialetto, avrei affrontato ogni semplice attività quotidiana, che qui diamo per scontato, come una piccola sfida. 

Poi giunse il 25 febbraio. E la Giordania ci aveva già visto lungo. Qui eravamo ancora piuttosto confusi, anche se l’Italia aveva già iniziato a pubblicare notizie allarmanti. Una strana epidemia di simil polmonite stava imperversando, e nessuno sapeva come reagire. Chi sminuiva la situazione, chi invece si mostrava più preoccupato del dovuto. Fatto sta che il mio volo fu uno dei primi ad essere cancellato. “Ciao cara, ho sentito l’ambasciata e questa mattina hanno chiuso le frontiere agli italiani, fermando tutti i voli provenienti da lì”. Da lì a pochi giorni, il 9 marzo per essere precisi, l’Italia avrebbe ufficialmente chiuso tutti in casa. 

Com’è cambiata la nostra percezione della vita all’infuori delle quattro mura di casa nostra da quel giorno? 

Dopo lo sconcerto generale “ma va, ma non succede veramente”, l’entusiasmo iniziale “ah sì, che bello, sembra di essere in vacanza”, la farina esaurita sugli scaffali, le challenge lanciate su Instagram “condividi una tua foto dove non sei sobrio, dove hai tre anni, dove ti senti bello, dove stai praticando sport”, i corsi di pilates da casa e i compleanni passati in videochiamata coi parenti, arrivò anche la paura. Le mascherine. I funerali non celebrati. Il silenzio del coprifuoco alle 10. “Non allontanarti per più di 200 metri da casa tua, il Carengione e i parchi sono vietati, a fare la spesa devi essere solo e mi raccomando il metro di distanza”. Guardarsi con diffidenza e fermare il braccio con la mano protesa perché no, ora non stringi più le dita dell’altro. Verso aprile, quando arrivò anche l’allergia primaverile, fu divertente dover tenere sotto controllo gli starnuti e la tosse mentre si era in pubblico. 

Ogni tanto penso ai ragazzi che fecero la maturità a giugno di quel 2020, o ai bambini al primo anno di asilo che stavano imparando a comunicare, toccarsi, vedersi, studiarsi, e reagire agli stimoli esterni, oppure ancora, a chi era appena nato proprio in quei mesi, ansioso di iniziare a esplorare l’esterno e relazionarsi con esso. Spesso io stessa penso a quello che vorrei fare nella mia vita, ma qualcosa mi blocca. A volte è l’ansia di non essere brava abbastanza, o autonoma ed efficiente come vorrei. A volte è il tergiversare, che mi fa dire “posso farlo, ma in un altro momento, questo non è quello giusto”. E io mi ritengo una persona spigliata, estroversa, che si butta a capofitto nella prima opportunità che vede. E mi viene da chiedermi a che tipo di conseguenze andranno incontro questi ragazzi poco più giovani di me, investiti da una pandemia che razionalmente non mi riesco nemmeno a spiegare. 

E poi sto a rimuginare sugli anziani, sui miei nonni, lontano da figli e nipoti, bombardati dalle inutilmente allarmanti notizie dei media italiani, in compagnia di un mazzo di carte e di una tecnologia per loro vuota e invalicabile, così difficile da usare. E su tutte quelle chiusure, tutti quegli abbracci mancati, i viaggi, lo studio, le opportunità viste sfumare, la poliedricità di una persona ridotta alle quattro pareti di casa sua, a prescindere da quanto fosse confortevole l’ambiente, l’arredamento, i coinquilini. A prescindere da quante finestre vi fossero, se la cucina avesse un forno per infornare la pizza, se il wi-fi fosse funzionante, se la chiazza di umidità del salotto si fosse espansa. 

E così sono trascorsi mesi, si sono perse persone e non gli hai nemmeno potuto dire addio, non gli hai sfiorato le mani, la bocca o una guancia un’ultima volta. Non sai cosa hanno pensato mentre erano relegati in sterili stanze d’ospedale, circondate da camici stremati dalla mole di lavoro e dal senso di impotenza imperante. 
Cosa ci rimane di questo anniversario lugubre? Che forse è meglio non pensarci due volte ai progetti che vuoi realizzare, o a chiedere a qualcuno di uscire, o a prendere e partire per la destinazione che volevi vivere da tanto tempo. Se tentenni, il momento di indecisione sarà fatale. E forse che la banalità superficiale di questo esercizio di scrittura è l’unica considerazione che il Covid-19 si merita dopo tutto il tempo che abbiamo perso a causa sua. Un resoconto tremendamente mediocre, ma forse adatto a raccontare la tragicità di quello che è successo negli ultimi due anni. Ma forse, in questa banalità, ti sarai ritrovato un po’ anche tu. 

Arianna Cerea

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