Sentenza "shock". Servizio sanitario gratuito agli stranieri invalidi con permesso di residenza elettiva: una decisione che pesa sui contribuenti lombardi

La sentenza del Tribunale di Milano riguarda cittadini extra UE invalidi che non svolgono un'attività lavorativa e hanno ottenuto un permesso di soggiorno per residenza elettiva. Mentre nel resto d'Europa chi non contribuisce al sistema deve provvedere alla propria copertura sanitaria, questa decisione trasferisce nuovi costi sulla collettività, sottraendo risorse a liste d'attesa, personale e servizi.

C'è un momento in cui il diritto incontra la realtà. E la realtà ha un nome molto semplice: le risorse sono limitate.

La recente sentenza che impone a Regione Lombardia di iscrivere gratuitamente al Servizio sanitario nazionale una particolare categoria di cittadini extracomunitari e di restituire quanto versato negli anni passati è destinata a far discutere. Il provvedimento riguarda persone che, dopo essere diventate invalide e aver ottenuto una pensione di inabilità, hanno convertito il proprio permesso di soggiorno in residenza elettiva, una tipologia di permesso normalmente riservata a cittadini stranieri che non svolgono un'attività lavorativa e dimostrano di potersi mantenere con risorse economiche proprie. Si tratta di un passaggio destinato a far discutere, non tanto sotto il profilo giuridico, sul quale si sono già pronunciati la Corte costituzionale e i giudici, quanto sotto quello politico ed economico.

La vicenda giudiziaria si è sviluppata in più fasi. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 97 del 2026, ha affermato il principio secondo cui questa specifica categoria di cittadini extra UE non può perdere il diritto all'iscrizione gratuita al Servizio sanitario nazionale solo perché, a seguito del riconoscimento della pensione di inabilità, ha convertito il proprio permesso di soggiorno in residenza elettiva. Sulla base di questo principio, la Corte d'Appello di Milano ha ordinato a Regione Lombardia di adeguarsi e garantire l'iscrizione gratuita al SSN, mentre il Tribunale di Milano ha riconosciuto anche il diritto al rimborso delle somme già versate negli anni precedenti.

La domanda è semplice: chi paga?

Perché ogni euro destinato a una nuova prestazione sanitaria non nasce dal nulla. È denaro pubblico. È denaro versato dai contribuenti italiani. È denaro che non potrà essere utilizzato per assumere medici, infermieri, aprire nuovi ambulatori, acquistare apparecchiature diagnostiche o ridurre le interminabili liste d'attesa che milioni di cittadini affrontano ogni giorno.

Ed è qui che emerge una questione che merita un dibattito senza ipocrisie.

Dalle verifiche sui sistemi sanitari dei Paesi dell'Unione europea emerge un quadro diverso. Nella maggior parte degli Stati membri, chi risiede senza svolgere un'attività lavorativa deve dimostrare di possedere una copertura sanitaria propria, spesso attraverso un'assicurazione privata o altri strumenti previsti dalla legislazione nazionale. L'Italia, invece, imbocca una strada differente, estendendo la copertura pubblica anche a questa specifica categoria di cittadini extra UE.

È una soluzione conforme alla Costituzione? La risposta dei giudici è stata affermativa.

Ma il fatto che una decisione sia giuridicamente legittima non significa che sia necessariamente la scelta migliore per il Paese.

Ogni decisione che estende la platea dei beneficiari di prestazioni pubbliche comporta inevitabilmente effetti economici sui conti pubblici. E quei conti non sono un dettaglio tecnico: sono il confine tra una sanità che riesce a garantire servizi efficienti e una sanità costretta a razionare le prestazioni per mancanza di risorse.

Mentre migliaia di italiani attendono mesi per una visita specialistica, un esame diagnostico o un intervento chirurgico, il sistema continua ad assumere nuovi oneri. È inevitabile chiedersi se questa sia davvero la priorità di un Servizio sanitario nazionale che denuncia carenza di personale, pronto soccorso in sofferenza e liste d'attesa ormai fuori controllo.

Il punto non è negare diritti a qualcuno. Il punto è stabilire un principio di responsabilità.

Se quasi tutti gli altri Paesi europei chiedono a chi risiede senza lavorare di provvedere alla propria copertura sanitaria, perché l'Italia dovrebbe seguire una strada diversa? Per quale ragione il contribuente italiano dovrebbe sostenere costi che altrove vengono affrontati con sistemi assicurativi o con forme di contribuzione personale?

Sono domande scomode, ma inevitabili.

La sensazione è che, troppo spesso, il principio della tutela individuale venga interpretato senza una reale valutazione delle conseguenze economiche collettive. Eppure la sostenibilità non è un dettaglio contabile: è la condizione indispensabile per garantire il diritto alla salute a tutti.

Una sanità pubblica può sopravvivere solo se riesce a mantenere un equilibrio tra solidarietà e sostenibilità. Quando questo equilibrio si rompe, a pagare il prezzo non sono concetti astratti, ma milioni di cittadini che vedono allungarsi le liste d'attesa, ridursi i servizi e aumentare la pressione fiscale.

Forse è arrivato il momento che anche il legislatore e il dibattito pubblico si pongano una domanda tanto semplice quanto decisiva: vogliamo continuare a essere un'eccezione in Europa oppure è il caso di riportare il nostro sistema entro criteri di sostenibilità condivisi dagli altri Paesi dell'Unione?

Perché ogni diritto ha un costo. E quando la politica non decide, sono i tribunali a indicare la strada. Il conto, però, non arriva mai ai giudici. Arriva sempre ai contribuenti.
Giulio Carnevale