Separazione delle carriere, quando anche la sinistra e una parte della magistratura la ritenevano una riforma possibile
Dalle parole di ex ministri ai dibattiti parlamentari, fino alle prese di posizione interne alla stessa magistratura: negli anni il tema della separazione tra giudici e pubblici ministeri è stato discusso anche nel campo progressista e oggi torna al centro del confronto con nuove voci critiche verso la linea dell’Anm.
Capoccia: «Dire che la politica vuole controllare i giudici è una truffa»
Il dibattito sulla separazione delle carriere in magistratura viene oggi raccontato come una frattura netta tra destra e sinistra, tra chi difende la Costituzione e chi vorrebbe indebolirla. Una narrazione che però non regge alla prova dei fatti. La storia politica e istituzionale italiana dimostra come questo tema sia stato affrontato per decenni anche all’interno del mondo progressista, senza che venisse considerato un attentato all’autonomia delle toghe.
A questa memoria politica si affianca oggi anche un fronte interno alla magistratura che contesta duramente l’impostazione assunta dall’Associazione nazionale magistrati.
La riforma Vassalli e le radici nel campo progressista
Il nuovo codice di procedura penale, entrato in vigore nel 1989 e voluto dal ministro socialista Giuliano Vassalli, segnò il passaggio al modello accusatorio. Già allora, nel mondo della sinistra riformista, si aprì una riflessione: un processo accusatorio presuppone ruoli distinti tra accusa e giudizio. Da qui nasce il primo vero dibattito sulla separazione delle carriere, mai considerata un’eresia costituzionale ma, al contrario, un possibile completamento di quella riforma.
Luciano Violante e la terzietà del giudice
Negli anni Novanta e nei primi Duemila, Luciano Violante, magistrato, parlamentare del Pds e presidente della Camera, affrontò più volte il tema in sedi istituzionali. In interventi pubblici e parlamentari sottolineò come la questione centrale fosse la percezione di imparzialità del giudice agli occhi del cittadino. La separazione delle carriere, secondo Violante, non violava la Costituzione e poteva rappresentare uno strumento per rafforzare la terzietà del giudice nel processo penale.
Massimo D’Alema e il riformismo senza tabù
Durante la stagione dell’Ulivo, Massimo D’Alema, presidente del Consiglio tra il 1998 e il 2000, sostenne più volte che la giustizia non dovesse essere terreno di scontro ideologico. In quel contesto, la separazione delle carriere non veniva esclusa a priori, ma indicata come un tema da discutere nel merito, nell’ambito dell’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Giuliano Amato e la compatibilità costituzionale
Anche Giuliano Amato, due volte presidente del Consiglio e più volte ministro, ha ribadito in diversi interventi che la separazione delle carriere è compatibile con la Costituzione. Il punto, nella sua impostazione, non è il divieto giuridico, che non esiste, ma la costruzione di un modello che garantisca l’autonomia del pubblico ministero e l’indipendenza della funzione giudicante.
Piero Fassino e il confronto nella stagione dell’Ulivo
Tra il 2000 e il 2007, Piero Fassino, segretario dei Democratici di sinistra ed ex ministro, intervenne più volte nel dibattito interno al centrosinistra affermando la necessità di affrontare la riforma della giustizia senza pregiudizi ideologici. Anche in quella fase la separazione delle carriere veniva considerata una delle ipotesi possibili di riforma del sistema.
Andrea Orlando e le aperture del Partito democratico
Nel gennaio 2010 Andrea Orlando, allora responsabile Giustizia del Partito democratico e futuro ministro, indicava pubblicamente la separazione dei ruoli come una base di confronto. In quella stagione politica il Pd non escludeva la riforma, ma la collocava in un percorso graduale, segno di un approccio pragmatico e non ideologico.
Marco Minniti e il richiamo alla cultura riformista
Nel gennaio 2026 Marco Minniti, ex ministro dell’Interno nei governi di centrosinistra, è intervenuto nel dibattito referendario richiamando esplicitamente la riforma Vassalli. Minniti ha definito la separazione delle carriere come un passaggio rimasto incompiuto, sostenendo che il modello accusatorio introdotto negli anni Ottanta presupponga una distinzione chiara tra chi accusa e chi giudica.
Il parere del procuratore di Lecce Giuseppe Capoccia
Accanto alle posizioni politiche, nelle ultime settimane ha assunto particolare rilievo anche la voce proveniente dall’interno della magistratura. Giuseppe Capoccia, procuratore della Repubblica di Lecce, in un’intervista rilasciata il 7 gennaio 2026, ha espresso giudizi durissimi sull’atteggiamento dell’Associazione nazionale magistrati.
Secondo Capoccia, «l’Anm si è messa a lottare come un soggetto politico che va a contrastare il potere politico. È peggio dell’attuale Cgil». Un’affermazione netta, che fotografa una frattura interna al mondo delle toghe spesso poco raccontata.
“Dire che la politica vuole controllare i giudici è una truffa”
Il procuratore di Lecce ha smontato quello che definisce l’allarme principale lanciato dall’Anm. «Dire che la politica vuole controllare i giudici è una truffa», ha affermato senza mezzi termini. Capoccia ha ricordato come la riforma non preveda in alcun modo la sottomissione dei giudici al potere politico e che «una legge contro il principio della separazione dei poteri sarebbe cestinata dalla Corte costituzionale».
Per il magistrato, l’Anm sta facendo «un processo alle intenzioni», attribuendo alla riforma effetti che non sono scritti in alcuna norma.
Il fronte favorevole tra i magistrati esiste
Nel corso dell’intervista, Giuseppe Capoccia ha confermato che anche all’interno della magistratura esiste un fronte favorevole alla riforma, in crescita ma poco visibile. «Molti non si espongono, un po’ per convenienza, un po’ per evitare inutili polemiche», ha spiegato, sottolineando come la postura dell’Anm finisca per far credere all’opinione pubblica che la magistratura sia compatta sul No, quando così non è.
La critica sull’uso dei fondi associativi
Capoccia ha definito «scorretto» che un’associazione alla quale aderisce circa il 98% dei magistrati utilizzi le risorse di tutti per sostenere una sola posizione referendaria. «Anche i miei soldi vengono spesi per fare propaganda», ha osservato, contestando l’idea che l’Anm possa parlare a nome dell’intera categoria.
Il Csm e il “Cencelli delle nomine”
Durissime anche le parole sul Consiglio superiore della magistratura. Rispondendo a una domanda sull’opposizione al sorteggio dei membri togati, Capoccia ha affermato che «il Csm è stato trasformato nella quarta Camera» e che «le nomine oggi si fanno con il Cencelli». Secondo il procuratore di Lecce, il vero timore è perdere il controllo delle decisioni: «Non ci fidiamo dei sorteggiati perché vogliamo che a decidere restino i nostri amici».
Una frattura che attraversa politica e toghe
Le dichiarazioni del procuratore Capoccia si inseriscono in un quadro più ampio, che mostra come il tema della separazione delle carriere non divida soltanto i partiti, ma attraversi anche la magistratura stessa. Accanto alla memoria politica della sinistra riformista, emerge oggi una critica interna verso un’Anm percepita sempre più come soggetto politico e sempre meno come organismo di rappresentanza tecnica.
Una questione di verità e responsabilità pubblica
Ricostruire questo percorso non significa sostenere una tesi referendaria, ma restituire ai cittadini la complessità del dibattito. La separazione delle carriere non nasce oggi, non appartiene a un solo schieramento e non è mai stata, per decenni, un tabù per la sinistra italiana.
Ignorare questa storia, o ridurla a propaganda, significa impoverire il confronto democratico e alimentare una narrazione che non corrisponde alla realtà dei fatti.
Newsletter
Pubblicità
Redazione 











