Referendum sulla giustizia, il Partito Democratico diviso, una frattura politica e culturale che non passerà inosservata

L’ala garantista per il sì, e la compattezza dei riformisti di centro-sinistra svelano una situazione delicata per il maggior partito di centro sinistra, incapace di essere coerente con le sue storiche battaglie, che oggi cede il fianco ad una deriva che di "progressista" ormai non ha più nulla

«C’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce» Cit. Leonard Cohen

«C’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce» Cit. Leonard Cohen

Il referendum costituzionale sulla giustizia continua a dividere il Partito Democratico. Se la linea ufficiale resta orientata sul no, una parte significativa dell’area riformista e garantista ha scelto di sostenere apertamente il sì, rivendicando coerenza con battaglie portate avanti negli anni precedenti.

Il cuore del confronto resta la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e la ridefinizione degli organi di governo della magistratura. Per l’area favorevole alla riforma si tratta di un intervento che rafforza il principio del giusto processo e chiarisce i ruoli nel sistema giudiziario. Per la linea ufficiale del partito, invece, la revisione rischierebbe di alterare equilibri costituzionali consolidati.

I dem che rivendicano la cultura garantista

Tra i sostenitori del sì figurano Augusto Barbera, costituzionalista di lungo corso, già parlamentare della sinistra storica e oggi figura di riferimento nel dibattito giuridico nazionale. La sua posizione nasce da una lettura tecnica della riforma: per Barbera la separazione delle carriere non mina l’indipendenza della magistratura, ma contribuisce a rafforzare la chiarezza dei ruoli e l’equilibrio tra accusa e giudizio.

Con lui Stefano Ceccanti, professore di diritto costituzionale ed ex senatore del Pd, da sempre collocato nell’area riformista del partito. Ceccanti ha più volte sostenuto che l’intervento proposto sia coerente con i principi del giusto processo e con una visione moderna dello Stato costituzionale.

Si è espresso per il sì anche Cesare Salvi, già ministro del Lavoro e storico esponente della sinistra parlamentare. Salvi, pur provenendo da una tradizione politica attenta al ruolo della magistratura, ritiene che la riforma non intacchi le garanzie ma ridefinisca assetti organizzativi ormai superati.

In sede europea ha preso posizione Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo ed esponente del Pd. Picierno ha rivendicato la cultura garantista del centrosinistra, sostenendo che il confronto sulla giustizia non debba essere ridotto a una contrapposizione ideologica.

Accanto a lei si collocano figure di governo come Marco Minniti, già ministro dell’Interno, esponente dell’area riformista e attento ai temi dell’equilibrio istituzionale, ed Enzo Bianco, già sindaco di Catania ed ex ministro, espressione di una tradizione politica che ha sempre posto al centro la tutela delle garanzie costituzionali.

Il contributo culturale e politico

Sul piano culturale hanno preso posizione Claudio Petruccioli, già parlamentare e dirigente dei Democratici di sinistra, figura storica del riformismo italiano; Umberto Ranieri, ex deputato e rappresentante dell’area liberal-democratica del centrosinistra; e Lucetta Scaraffia, storica e saggista, che ha definito la propria scelta un “sì giusto”.

Scaraffia ha richiamato la necessità di affrontare il merito della riforma senza trasformare il referendum in uno scontro politico generale. Una posizione che riflette un approccio culturale più che partitico, volto a distinguere tra valutazione tecnica delle norme e dinamiche di consenso.

Dal congresso del 2022 al no ufficiale

Al congresso del 2022 del Partito Democratico, dirigenti come Maurizio Martina e Debora Serracchiani avevano inserito nei documenti politici la necessità di intervenire sull’ordinamento giudiziario, compresa la separazione delle carriere. Oggi sostengono il no.

Secondo l’area del sì, il referendum sarebbe stato letto come un grande “exit poll” sul governo in carica, spostando il confronto dal piano tecnico-giuridico a quello elettorale.

I dirigenti locali del Pd e il sì non dichiarato

Accanto ai nomi nazionali, esiste una componente meno visibile ma politicamente significativa: quella dei dirigenti e amministratori locali del Partito Democratico che, pur non esprimendosi pubblicamente, avrebbero già maturato la scelta di votare sì.

Si tratta di consiglieri regionali, amministratori comunali, segretari di circolo e dirigenti territoriali che negli anni hanno sostenuto la necessità di riformare l’assetto della giustizia, in particolare sul tema della separazione delle carriere. In molti casi sono esponenti cresciuti nell’area riformista lombarda, emiliano-romagnola e toscana, territori dove la cultura garantista ha sempre avuto un peso non marginale.

Il punto politico è proprio questo: la disciplina di partito e la linea nazionale orientata sul no rendono complesso esporsi pubblicamente. Il risultato è un silenzio che, secondo i promotori del sì, rischia di trasformarsi in ambiguità. Da un lato la convinzione personale sul merito della riforma, dall’altro la scelta di non entrare in contrasto con la segreteria.

Secondo l’area garantista, questa dinamica mette in evidenza una contraddizione più ampia: la difficoltà della politica contemporanea di distinguere tra valutazione nel merito e appartenenza organizzativa. Il referendum, letto come “exit poll” sul governo, avrebbe accentuato questa tensione, rendendo più complicato un confronto sereno dentro il partito.

Milano e il comitato Riformisti per il sì

A Milano si è svolto un incontro promosso dal comitato “Riformisti per il sì”, ospitato dal Circolo Salvadanè di via De Amicis, luogo simbolico della tradizione socialista cittadina. Tra i partecipanti Pietro Bussolati, dirigente milanese del Pd ed ex segretario metropolitano, oggi consigliere regionale; Mirko Mazzali; Franco D'Alfonso; e la costituzionalista Marilisa D'Amico.

L’iniziativa ha evidenziato come una parte della sinistra stia portando avanti con convinzione le ragioni del sì, rivendicando coerenza rispetto alla propria storia politica e la volontà di non utilizzare il referendum in chiave elettorale.

Italia Viva, Azione e il Partito liberaldemocratico

Nel centro-sinistra riformista, Italia Viva ha lasciato libertà di voto, ma la capogruppo al Senato Raffaella Paita ha annunciato la propria scelta per il sì.

Anche Azione, guidata da Carlo Calenda, sostiene apertamente la riforma, così come il Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin.

Una frattura politica e culturale

Il referendum si conferma dunque un banco di prova non solo per l’assetto della giustizia italiana, ma per l’identità futura del campo progressista. La divisione nel Pd è evidente; nel centro-sinistra riformista emerge invece una maggiore compattezza a favore del sì.

La questione va oltre l’esito del voto: riguarda il modo in cui la politica interpreta il rapporto tra garanzie, indipendenza della magistratura e modernizzazione delle istituzioni.

In fondo, ogni frattura politica racconta qualcosa di più profondo di una semplice divisione tattica. Quando un partito si confronta davvero su un tema strutturale, emergono differenze culturali, sensibilità diverse, storie personali che non possono essere ridotte a una disciplina di voto. La spaccatura sul referendum fotografa un passaggio delicato, ma anche un momento di verità.

Come scriveva Leonard Cohen, «c’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce». Forse anche dentro questa crepa politica si intravede qualcosa di più di uno scontro: un confronto identitario che potrebbe ridefinire il futuro del campo progressista.
Giulio Carnevale