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Da Peschiera a Cuba, a pranzo con Fidel Castro, in comune la passione per il calcio

Antonio Bruschi racconta la sua esperienza in centro america e il suo incontro con il Leader Maximo della Repubblica cubana, da poco scomparso

Antonio Bruschi e Fidel Castro

Antonio Bruschi e Fidel Castro

La prima volta che il Signor Bruschi, gioviale pensionato residente a Peschiera Borromeo, ebbe testimonianza diretta di Fidel Castro, fu nel 1990 a Puerto Cortès nella provincia di Puntarenas. Nel suo periodo di permanenza in Costa Rica, Antonio, o “Don Antonio” come veniva chiamato nelle Fincas, estesi appezzamenti di terra in cui l’intervistato ha vissuto per quasi due decenni prima di tornare in Italia, conobbe un perito agrario cubano che gli raccontò di essere un esiliato, arrivato in quel Paese insieme ad altri duecento compatrioti. Il Leader della Revolucion, infatti, dopo aver stabilito saldamente il suo potere nell'isola, aveva imprigionato tutti coloro che avevano cercato di rovesciare il regime. I dissidenti erano costretti a lavorare nei campi di banano per qualche anno finché non venivano spediti fuori dai confini cubani. E questa stessa sorte toccò al perito agricolo. Nel sud del Costa Rica dove viveva “Don Antonio” molti erano gli appassionati di calcio, ma i risultati della squadra locale erano estremamente scarsi. Fu così che decise di dedicare parte del suo tempo a rilanciare la squadra della città di Cortes, cercando sponsor e seguendo l’equipo con un impegno tale da meritarsi non solo l’amore di tutti i tifosi ma anche la nomina a Presidente della Seleccion de Osa. L’equipo neroblu attualmente milita nella Segunda Division costaricana e deve le sue più grandi imprese sportive alla caparbietà del nostro concittadino peschierese che riuscì addirittura a trovare le risorse per ampliare lo stadio Municipal di Cortès e per fornire le adeguate attrezzatura tecniche ai suoi giocatori (palloni, divise, scarpe e un bus per le trasferte o per portare gli avversari, privi di tali mezzi, allo stadio comunale di Osa). Nei primi anni 2000 los oseños raggiunsero la Primera Division grazie a un entusiasmante campionato in Segunda che li portò a disputare le finali nazionali, vincendo l’ambito trofeo. Grazie a questa vittoria, che portò in quell’anno grande notorietà alla Seleccion de Osa in tutto il Centro America, fu organizzata una partita amichevole tra la squadra nazionale di Fidel Castro e quella di Don Antonio, al Pedro Marrero di l’Avana. Il leader cubano inviò un piccolo aereo all’aeroporto di San Josè per trasportare tutto l’entourage neroblu dalla capitale costaricana a quella cubana. La partita amichevole si svolse in tarda mattinata davanti a uno stadio gremito da trentamila tifosi scatenati. Gli applausi per entrambe le squadre riecheggiarono per novanta minuti. Il calore tutto latino del Marrero infuocò una giornata già abbastanza calda e il risultato finale di 2-1 per la squadra di casa diede il via a una vera e propria bolgia. Infatti, nonostante l’iniziale vantaggio dei Ticos (diminutivo locale di costaricani), i leones del Caribe riuscirono a guadagnare prima il pareggio e poi la vittoria nei minuti finali. Tuttavia, racconta “Don Antonio”, non ci fu nessuna amarezza per gli ospiti, che furono tutti invitati a pranzo da Fidel Castro in persona in un hotel vicino allo stadio. «Una quarantina di persone in tutto  - continua Antonio Bruschi- si raccolsero durante il pranzo intorno a quella che è stata una delle più grandi personalità del secolo. Eravamo tutti colpiti dallo sguardo autorevole, dalla sua inconfondibile barba e dalla giacca blu militare appositamente scelta per l’occasione. La prima domanda che mi fece fu sul mio orientamento politico: subito gli dissi di non essere fascista, ma neppure comunista come lui. Fidel si mise a ridere e mi disse con tono divertito ma sincero, come se stesse parlando a un amico, che nemmeno lui poteva dirsi comunista, ma che gli avvenimenti storici e le logiche politiche internazionali lo avevano portato ad avvicinarsi alla Russia, l’unica aveva aiutato concretamente il suo popolo. Chiacchierammo per tutta la durata del pranzo e più lo ascoltavo più mi rendevo conto di essere di fronte a un uomo che aveva fatto la storia, un gigante del nostro tempo che amava sinceramente il suo popolo. Ho davvero un ricordo meraviglioso di quella giornata che finì troppo presto. La sera, infatti, tornammo in Costa Rica, e ripensai alle sue parole e ai racconti del perito cubano che per primo mi aveva parlato di lui. Non esiste mai un solo modo di leggere la storia e ciò che fa bene a qualcuno reca danno a qualcun altro, ma da quell'incontro non credetti più all'immagine che ne davano i giornali, la levatura di quell'uomo mi aveva conquistato. Sono stato davvero fortunato a conoscere una personalità di quel calibro che mi è parsa corretta, sincera e a tratti anche umile. La notizia della sua morte mi ha rattristito e rammaricato. Non c’è un motivo particolare, forse, semplicemente, ho sentito la sua mancanza e ho percepito il vuoto che ha lasciato in me come in milioni di cubani».
Federico Capella
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