“Il tema della separazione delle carriere appare ineludibile per garantire un giudice terzo e imparziale”, quando il Pd lo metteva nero su bianco

Dal dibattito interno di qualche anno fa alle contraddizioni politiche di oggi, tra mozioni, documenti e una linea che sembra cambiata più per opposizione al governo che per reale evoluzione culturale

Nel dibattito sulla riforma della giustizia, e in particolare sulla separazione delle carriere dei magistrati, esiste un passaggio politico che nel tempo è stato quasi rimosso dal racconto pubblico. Eppure è scritto nero su bianco in un documento ufficiale del Partito Democratico, presentato nel 2019 durante il congresso nazionale del partito. Un testo che conteneva una frase destinata a pesare ancora oggi: «il tema della separazione delle carriere appare ineludibile per garantire un giudice terzo e imparziale».
Non una dichiarazione estemporanea, ma una posizione formalizzata all’interno di una mozione politica sottoscritta da numerosi dirigenti di primo piano del PD.

La mozione congressuale del 2019
Il documento venne presentato nell’ambito del congresso che avrebbe poi portato all’elezione del segretario nazionale. A promuoverlo fu l’area riformista del partito, che in quella fase rivendicava la necessità di affrontare senza pregiudizi ideologici anche i nodi strutturali del sistema giudiziario italiano.
Tra i firmatari della mozione figuravano nomi di assoluto rilievo: Maurizio Martina, allora già segretario nazionale uscente; Lorenzo Guerini, ministro della Difesa; Graziano Delrio, già ministro delle Infrastrutture; Debora Serracchiani, ex presidente della Regione Friuli Venezia Giulia; Alessandro Alfieri, coordinatore politico nazionale; oltre ad altri parlamentari e dirigenti di area riformista.
Una firma collettiva che rende evidente come quella posizione non fosse marginale, né riconducibile a singole voci isolate.

Il senso politico di quella presa di posizione
Nel testo, la separazione delle carriere non veniva presentata come una bandiera ideologica, ma come uno strumento per rafforzare la terzietà del giudice e la fiducia dei cittadini nel processo. L’obiettivo dichiarato era quello di garantire un equilibrio più chiaro tra accusa e giudizio, all’interno di una visione riformista della giustizia.
In quella fase storica, il tema non veniva vissuto come un attacco alla magistratura, ma come una riflessione legittima sul funzionamento dello Stato di diritto. Una linea coerente con l’identità riformista che il PD rivendicava apertamente.

Un cambio di rotta mai spiegato fino in fondo
Col passare degli anni, quella impostazione è progressivamente scomparsa dal dibattito pubblico del partito. Non risulta alcuna smentita formale di quella mozione, né una revisione teorica approfondita delle posizioni allora sostenute.
Il mutamento di linea appare quindi non come il frutto di un percorso politico strutturato, ma come una scelta maturata soprattutto nel nuovo clima di contrapposizione con l’attuale governo. Oggi la separazione delle carriere viene dipinta come un pericolo da combattere, più che come un tema di confronto istituzionale.

Una battaglia sempre più politica
La distanza tra il PD del 2019 e quello di oggi è evidente. Quella che allora veniva definita una questione “ineludibile” è diventata, nel racconto attuale, un simbolo da respingere. Una trasformazione che, agli occhi di molti osservatori, sembra rispondere più a una logica antigovernativa che a una reale evoluzione culturale sul tema della giustizia.
Resta però un dato oggettivo: quelle firme, quelle parole e quella mozione esistono. E raccontano una stagione politica in cui il Partito Democratico affrontava la separazione delle carriere senza demonizzazioni, riconoscendone la dignità istituzionale nel dibattito pubblico.

Una scelta che non nasce da un percorso, ma dalla contrapposizione
Alla luce di questo percorso, appare difficile sostenere che la posizione oggi assunta dal Partito Democratico sulla separazione delle carriere sia il risultato di un reale approfondimento politico o giuridico. Piuttosto, sembra maturata esclusivamente per differenziarsi dall’attuale Governo, trasformando un tema istituzionale delicato in uno strumento di scontro politico. Un atteggiamento che non fa bene all’Italia, perché svuota il dibattito di contenuti e lo riduce a una logica di tifoseria. La coerenza politica non si misura in base a chi governa, ma sulla capacità di mantenere una linea riconoscibile nel tempo. Quando una posizione viene ribaltata non per convinzione, ma per avversione verso l’avversario, il rischio è quello di sostituire la politica con il livore, il confronto con l’odio, e l’interesse del Paese con la semplice necessità di “non essere al governo”. Una deriva che impoverisce la discussione pubblica e allontana ulteriormente i cittadini dalla fiducia nelle istituzioni.
Giulio Carnevale