Informazione e comunicazione in tempi di coronavirus, neppure la pietas di un rito funebre

La lettura del momento a cura di Paolo Rausa. Che cosa sta accadendo nel Sud Est Milano?

Parafrasando il titolo di un recente articolo dello storico Harari sul Financial Time, ‘Il mondo dopo il coronavirus’, ci chiediamo che cosa stia succedendo nel nostro territorio del Sud Est Milano e dell’intera area metropolitana, se i 14 sindaci del consorzio, poi gli 81 dell’area metro-politana sono così allarmati da scrivere alla Regione per richiedere di rivedere le modalità di contrasto al coronavirus. Accade anche che in una Casa di riposo per anziani a Mombretto di Mediglia siano già 54 i morti per contagio, e forse il numero è già salito. Harari affronta nell’articolo il timore che certe procedure invasive adoperate dagli Stati, Cina in primis, per monitorare i cittadini e controllare i loro movimenti attraverso i cellulari, siano poi utilizzati per limitare le libertà democratiche, già in parte compromesse in tempi normali. Per Harari occorre incentivare la partecipazione dei cittadini in un processo di consapevolezza e di conoscenza. Più si conosce, più avranno effetto le misure per autoproteggersi. L’altro aspetto da lui affrontato riguarda la necessità di cooperazione globale per affrontare insieme, solidarmente, questa pandemia e altri problemi che dovrebbero insorgere. Gli 81 sindaci nell’appello rivolto alla Regione, chiedono “un cambio di strategia e la possibilità di fare i tamponi a tutte le persone con sintomi riconducibili al Covid-19”. Secondo i sindaci la situazione è più grave di quella che appare perché il numero dei contagiati è molto più alto e comprende molti cittadini a casa con sintomi tipici del coronavirus e inoltre, aggiungono, anche il numero complessivo dei cittadini infettati sarebbe sottostimato e rappresenterebbe un aspetto “largamente fuori controllo”. Che fare in questa situazione? I sindaci guardano al Veneto e chiedono di attivare anche qui la “sorveglianza attiva”, sottoponendo al tampone i malati non ricoverati, i famigliari e i loro contatti. Il pensiero va anche ai medici di base che andrebbero sottoposti a “test periodici”. Abbiamo letto lettere stra-zianti di parenti che hanno appreso della morte di persone care senza la possibilità di un abbraccio, di una carezza, di una preghiera, di un fiore. Per evitare il contagio. Lo sappiamo per vicinanza a chi per es. ha perduto un parente e ora è in quarantena. Senza possibilità di rendergli l'ultimo saluto, senza la cerimonia di un funerale, il rito sacro, di cui ci parla Omero nel passaggio dallo stato ferino alla stato di civiltà e che ricorda Foscolo nei Sepolcri. E tu onor di pianti, Ettore avrai... Non sappiamo neppure chi è morto. Una volta si potevano leggere gli annunci funebri affissi sulle bacheche in paese, ora neppure quello. Si sa per caso, incrociando un vicino, di conoscenti morti, senza che se ne sappia niente. Ci si chiede se abbiamo cognizione della situazione sul territorio, per es. a San Giuliano, del numero reale dei contagiati, di chi è in quarantena, di chi si trova negli ospedali, di chi sia ricoverato in casa. 21 decessi a San Giuliano a fronte di 93 contagi accertati e comunicati l’altro giorno dal sindaco sono di una sproporzione allarmante e preoccupante. Andrebbe creato presso gli ospedali o presso la loro sede un nucleo informativo locale della Protezione Civile che mantenga i rapporti con i cittadini, oltre ai rapporti istituzionali del sindaco, per far sapere ai parenti e ai cittadini chi ci ha lasciato in modo che si possa rivolgere un pensiero, una preghiera, un rito virtuale che lo ricordi. Ecco, la Pietas come sentimento e vicinanza. Il forte abbraccio ai parenti e l’estremo saluto a chi ci ha lasciato!
Paolo Rausa

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